martedì 11 agosto 2015

Lettere alla Gazzetta Vincenzo I il nefasto al potere 16 06 2012

Caro Vito Mancuso,
sono un ex insegnante di Materie Letterarie di Mantova ritiratosi in pensione, ora diviso tra l'italia e lIndia dove vive la mia amata famiglia di adozione.. Le scrivo per trasmetterle il file allegato di un intervento che ho trasmesso alla locale Gazzetta, che verte su una mostra su Vincenzo I  Gonzaga che a mio giudizio non s'aveva assolutamente da fare nel museo Diocesano, per ragioni che ora non le rivelo ma che sono sicuro (che) la coinvolgeranno-
Nel mio blog potrebbe ugualmente essere per lei del più vivo interesse il dibattito che è intercorso tra me ed il mio amico Valentino Giacomin. cofondatore in India delle scuole del Progetto Alice,  sulla divergenza sull'amore del prossimo che è intercorsa tra Madre Teresa di Calcutta e Raimon Panikkar.
Ricercandomi in Facebook, nel mio diario può ritrovare l'articolo sulla mostra nefasta.
In rete, indicando  7 ebrei Vincenzo I, può ritrovare un bell' articolo, non mio, apparso su La voce di mantova il 18 dicembre 2011, che amplifica la conoscenza storica del contenuto del mio intervento polemico sull'infausto evento diocesano ( empio è la qualificazione corretta)
Auguri immensi per la sua ricerca autentica.
Odorico Bergamaschi
 
 10 di giugno presso il Museo Diocesano di Mantova ha felicemente chiuso i battenti la mostra su Vincenzo I, Il fasto al potere, “ felicemente” è davvero il caso di dire, come quando si pone fine ad uno scandalo. Che di scandalo si tratta, secondo dei criteri cristiani di discernimento, quando un Museo Diocesano rende l’omaggio di una mostra ad un personaggio storico siffatto, celebrandolo nella sua immoralità spietata e succube come “ splendidissimo duca”, “ ammantato di sacralità”, in tutto “ il fasto di un principe dispiegato nella magnificenza dell’oro”. Si sorvoli pure sulla sua leggerezza omicida che pose fine all’esistenza terrena di Lord Crichton, sulle “spavalde scorribande …della sua prorompente vitalità”, né sarò io a scagliare la prima pietra sui suoi eccessi sessuali, talmente il Serenissimo può risultare in virtù di essi ancora più simpatico agli stessi chierici curiali, “ così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano”, ma ciò che non taccio è la grazia di cui sovrabbondarono le sue vittime più strazianti, in virtù di quanto egli ha provvidenzialmente peccato, come con una misericordiosità dalle risonanze blasfeme si è compiaciuto di giustificarlo il conservatore del Museo Diocesano.
Mi riferisco innanzi tutto a Jonadith Fraschetta, ebrea di 77 anni, che il giorno 22 aprile 1600- quando Vincenzo I era nella pienezza dei suoi poteri sovrani e delle sue facoltà mentali- sulla piazza del Duomo di Mantova fu bruciata viva per essere stata “ Striga, over per avere magliato molte persone in vita sua et specialmente una monaca dell’ordine di S. Vincenzo in Mantova la quale di già era ebrea e poi fatta cristiana.”, come riferisce la cronaca manoscritta di certo G.B. Virgilio, fattore rurale dei Gonzaga.
Al quale spettacolo- riporta Antonino Bortolotti, colui che ritrovò la cronaca negli Archivi di Mantova, e che nel 1891 presso la Tipografia delle Mantellate la rese pubblica in “ Martiri del libero pensiero”, - furono presenti il Duca, ”- ossia il nostro Vincenzo I, per l’appunto-, “e la Duchessa di Mantova, Margherita duchessa di Ferrara e Anna Caterina arciduchessa d’Austria, venuta da Inspruk, oltre una straordinaria folla di curiosi”. “La qual Jonadith ebrea- seguita la cronaca originaria- legata con molte funi in piedi ad una colonna di legno sopra una gran quantità di legne, alle quali dopo di esser stato dato fuogo da tre ebrei che la confortavano, duvi ( due) se ne fuggirono et il terzo qual era vecchio et tanto intento al suo ufficio fu quasi per restar con essa lei nelle fiamme…Nel qual mentre si bruciò le funi colle quali aveva legato le mani; et con la mano destra si faceva difesa dal fogo alla faccia soffiando anco colla bocca, ma poco gli valse perché incontinente se ne caddi nelle fiamme et così finì la sua vita”
A tale crimine fece seguito una grida del 1603, con la quale Vincenzo I invitava ogni uomo del Mantovano e del Monferrato alla denuncia di persone che “ con malìe, stregonerie, incanti …e in altro modo malvagio o arte diabolicaprovocavano danni frequenti ed atroci, promettendo non solo che il nome dell’accusatore non sarebbe stato rivelato, ma che a colui che avesse fornito delle prove, tali da garantire almeno la tortura dell’imputato, sarebbe stato concesso il riscatto dal bando capitale o da altre eventuali pene cui fosse stato condannato, oppure che ci avrebbe guadagnato del denaro.
E’ una sovrabbondanza di grazia che può risultare oltremodo eccessiva pure per le anime più arrese all’amabilità del “serenissimo” duca, se si rammemorano anche i sette ebrei che l’anno prima, agli inizi d’agosto del 1602, colpevoli di null’altro che di essersi fatti beffe del fanatismo predicatorio antigiudaico del frate francescano Bartolomeo Cambi, ci rimisero la vita, per permissione del duca, perché furono” appiccati tutti ad un’alta forca coi piedi in suso, e con le berrette gialle… con questa inscrittione in lettere maiuscole. “ Per haver schernita in derisione della Religione Christiana la parola di Dio”.
Lo stesso Vincenzo nel riguardo degli ebrei non seppe poi far di meglio che differire di rinchiuderli nel ghetto fino al 1610.
Ora non mi si dica, a tal punto, che copre i suoi peccati la grandissima fede dell’uomo Vincenzo, dopo che nel catalogo della Mostra essa è stata degradata a “manifestazione vistosa ma incoerente e superficiale”. Forse occorre davvero accreditare ciò che lasciavano balenare ori e splendori in esposizione, e rifarsi alla “magnifica liberalità, “ pari a quella “ di un re”, che “guidava” Vincenzo I a favorire sfarzosamente la nostra Chiesa, ispirandogli l’istituzione d’ordini religiosi come quello del “ Redentore o del Preziosissimo Lateral Sangue di Cristo”, o sollecitandolo ad essere così munifico di cripte e di reliquari splendidi nei suoi riguardi, per spiegare il rendimento di grazie e l’indulgenza, pressoché plenaria, concessi ad un duca siffatto da una mostra così improponibile in un Museo Diocesano.
Odorico Bergamaschi,
ex insegnante,
Piazza d’Arco 6/f Mantova
0376360396

Lettere alla Gazzetta 28 agosto 2014

Cordiali redattori,
Vi trasmetto il seguente intervento, di cui allego una copia, auspicandone la pubblicazione


Più volte sono stato in Siria, l’ultima nel 2005, per un rivisitazione fuggevole delle sue 
più splendide città morte romano-bizantine,- El Bahra, Sergilla, Jeradeh-, prima che da 
Aleppo, Damasco, via Karachi, la mia vita assumesse la destinazione dell’India. Ed alla luce 
della mia esperienza incontroversa, parlandone fugacemente con lo scrittore di viaggi William 
Darlymple, ad un festivaletteratura, a suo tempo ho avuto modo di condividerne 
l’impressione, in entrambi commossa, di quanto il suo popolo fosse generoso ed ospitale.
“L'uomo- scrivevo di un siriano che mi soccorse per strada, nel racconto di una mia escursione 
in Bamuqqa e Baqira- con l'acqua che gli avevo chiesto, mi ha offerto ogni possibilità di 
conforto di cui ha avvertito il sollievo che poteva recarmi, ogni bene frugale di cui 
disponeva: dei guanciali sui quali mi ha disposto verso il vento, l'hawa, che proveniva da una 
finestra schermata, del the che ha fatto portare via dal fratellino della moglie, per del 
pane e del miele, ancora dell' acqua e dell' airan di latte di capra, a quanto mi ha fatto 
intendere con il gesto di mungere, quando è rientrato per vedere se traevo ristoro”
E dal fondo della memoria riaffiorano ragazzi in motocicletta, uomini in auto solleciti, 
un’anziana coppia di allevatori di polli, che mi diedero tutti quanti un passaggio rifiutando 
l’obolo, mentre mi rivedo ancora, a notte fonda, lungo la strada del ritorno ad Aleppo da 
Hama ed Homs in autostop, senza timore o rischi di sorta, per tacere dei più toccanti 
incontri personali.

E’ questa la ragione per la quale gli esiti della rivoluzione siriana mi hanno lasciato 
sgomento, per quanto la rivoluzione e la guerra civile hanno fatto dei siriani un popolo 
demoniaco, stando anche solo ai resoconti di Domenico Quirico, quale inviato de La Stampa, 
che in Siria è stato catturato e trattenuto prigioniero per mesi prima della liberazione. 
Penso in particolare a Raqqa, in tal senso, divenuta la roccaforte in cui l’Isis consuma gli 
orrori più mostruosi, esecuzioni in massa periodiche, crocifissioni e decapitazioni, ed i 
genitori jihadisti scattano foto ai loro bimbi con in mano teste mozzate.
Fu la città in cui ebbi un incontro con il grande scrittore Ugiayli, che vi viveva in 
opposizione solitaria al regime, e dove sostai per recarmi a visitare le vicine splendide 
rovine di Rusafa.
Rileggo le scarne note di viaggio che concernono la mia permanenza in Raqqa , e più che la 
rievocazione dei monumenti, gravidi della memoria storica del grande sultano Harun Al- 
Rushid, vi ritrovo l'immagine di un bambino, con la testa ustionata, che vi giocava e vi 
viveva nel pattume, di altri piccoli che trascinavano frasche, sollevavano al cielo aquiloni 
radenti.
“Sempre più, pressoché dappertutto, lo sciacallo, -( Assad padre)-, qui appare in effige, 
anche sopra le orbite vuote, nel suq dei macellai, delle teste ovine allineate. Ma che me ne 
importava, nella notte del mio arrivo a Raqqa , se al Rashid Restaurant quanto del pesce 
diliscato restava nel piatto, i due micetti mesopotamici se lo erano spartiti dalle mie 
mani”.
In aggiunta, scrissi il racconto del mio incontro con Ugiayli, dove mi diffondo 
preliminarmente su tutta la cortesia con la quale fui avviato alla sua casa da un farmacista, 
cui chiesi dello scrittore essendo questi innanzitutto un dottore, ben più conosciuto e 
beneamato dalla popolazione in quanto tale, e narro quindi il dettaglio di come, essendo io 
timoroso ed esitante, sul far della sera due ragazzi suonarono per me al campanello della sua 
porta.
Al resoconto del nostro dialogo, che avvenne in un caffé all'aperto dove egli volle che ci 
trasferissimo lasciando la sua magnifica casa, prelude l’espressione del mio stupore di come 
in Raqqa un uomo che era stato ministro della Cultura e dell’ Informazione, degli Esteri di 
un Paese talmente dispotico, vivesse solo e senza protezione,
“Dissi ad al 'Ugiayli che sono le Rinascite che mi avvincono, il loro rimpianto solare che 
volge a un crepuscolo ... ", a tali termini nelle mie note di viaggio si riduce l'estratto 
del racconto circostanziato del nostro dialogo, che mi dilungai a narrare in un testo a se 
stante.
E poco altro è in grado di riesumare la memoria, se non il ricordo di un' avvenente 
insegnante delle scuole primarie, magnificamente scarmigliata e abbigliata liberamente, che mi 
invitò ad entrare nel cortile della sua casa , al riparo del cui recinto si teneva una festa 
tra amici in cui rimpiango, per mia ritrosia, che non sia riuscito a loro di trattenermi più 
a lungo, ella felice, come tutti quanti gli astanti, di potere incontrarsi con un 
occidentale.

Ed infine, epilogo mesto, mi sovviene di come telefonai ad Ugiayli dalla stazione degli 
autobus, il giorno seguente, ed egli abbia lasciato precipitosamente cadere la linea, quando 
alla richiesta di rivederci allegai le mie mal riposte speranze nella pace che pareva allora 
imminente a schiudersi tra la Siria ed Israele, non appena feci il nome di tale entità 
contro la quale egli era stato un combattente agguerrito.

Odorico Bergamaschi
Ricercatore 

Piazza d’Arco 6/f MN
numero di telefono 0376 360396

3334215458

Lettere alla Gazzetta Versus gli antagonisti di piazza e di rete di Salvini 11 Novembre 2014

Mi spiace- solo relativamente- per gli antagonisti  di  piazza e di rete a Matteo Salvini che si sentono indotti ad attaccarlo insieme alla Lega con ogni forma di insulto inluogo della critica reale, magari ostentando la presunzione di superiorità di unrazzismo morale che seguita a denotare insopportabilmente il presunto essere disinistra, o scambiando la politica per  un cartoon adolescenziale e per un bullismo direte in cui vince chi fa cagare sotto il nemico, ma il fatto stesso che Salvinila Lega siano divenuti la loro ossessione esistenziale che li
induce al peggio di se stessi, è la prova più evidente di quanto Salvini si
stia dimostrando un politico capace e temibile oltre il prevedibile. Tale
riconoscimento non significa alcuna condivisione di orizzonti e di intenti di
Salvini, per lo più aberranti, ma è la presa di distanza che in luogo del
coinvolgimento finanche morboso risulta la condizione imprescindibile per
contro attaccarlo efficacemente, innanzitutto riconoscendo gli stati di
sofferenza e le paure e le criticità reali cui sa risalire, invece di disconoscerli per principio preso, magari palesando  propria quell’ignoranza razzistica che per
tali antagonisti consimili e mimetici costituirebbe sempre e solo l’anima nera
e l’ incultura degli altri. E’ la condotta esistenziale di un’indagine e di uno
studio interminabile delle ragioni degli altri, che a certi eterni  ragazzi e principianti della politica, cultori incalliti di ideologismi che al tempo della globalizzazione sono  divenuti la  nostalgia patologica reazionaria dei padri titanici del buon comunismo e dei buoni compagni di un tempo, a certi supponenti ed arroganti professionisti in rete dell’antidiscrimine, sfioriti i fasti dell’antiberlusconismo inossidabile, è quanto dovrebbe insegnare una rialfabetizzazione del tutto  personale alla politica  democratico-liberale,  che consenta di acquisirne i termini minimi imprerscindibili, il senso dei limite,  lo spirito discente della propria fallibilità fallimentare e dell’autocritica ironica, innanzitutto,   secondo  quanto è  vero di ogni terapia risolutiva.

Sulla questione del fonte battesimale in Sant'Andrea

Credo che la gran questione se il fonte battesimale s’ha o non s’ha da fare nella Concattedrale di Mantova, sia riducibile al quanto mai semplice interrogativo: “E se s’ha da fare, ma perché mai proprio in Sant’Andrea?” Il che induce a chiedere in sovrappiù: “Forse, che il battesimo è più battesimale se officiato in un luogo di culto ch’è artistico ed antico? Forse che vi è più sacramentale, forse che fa più passare dalla morte alla vita spirituale, se ad impartirvelo è l’Eccellenza consona di un Vescovo? Di sicuro vi è che alla bella faccia del codice canonico del 1983,  se in un Sant’Andrea il battesimo è somministrato in tutta la sua solennità preconciliare da un’ Eccellenza  Reverendissima ad un catecumeno adulto, che so, alla superba altezza di un altro Magdi Cristiano Allam,  nella maestà austera di una così augusta e fotogenica basilica, un così gran bel battesimo che sia  esibito nel suo transetto, e prima e poi protratto lungo l’intera navata,  può lusingare le aspettative che  nel nostro bel Sant’Andrea  si possa in tal modo celebrare in pompa magna, e per la sola vana gloria mondana,  magnificandolo da un nuovissimo ambone marmoreo intrusivo, uno di quei trionfi cui la Bella Immortal da un po’ di  tempo non è poi che sia così tanto avvezza, o che se ne bei, all’insegna di un “va mo là, laici islamofili”, che suona  oggi alquanto controcorrente rispetto agli stessi santissimi detti, dello stesso Papa Francesco, che “ Dio non  è cattolico”,  un asserto liberatorio finalmente espresso da un Santo Padre,   che fa il paio con quanto ebbe già a dire il Mahatma Gandhi, quanto al fatto che di sicuro “ Dio non ha religione”. Prego, si abbia dunque un briciolo di fede nella reviviscenza del sacro e del bello anche in quanto è un tempio  moderno e vi è un rito non necessariamente officiato da Vescovi,  e si lasci Sant’Andrea ai fin troppi martoriamenti che la devozione ha già fatto subire nel tempo al gran monumento albertiano

lunedì 10 agosto 2015

Del fonte battesimale in Sant'Andrea

La gran questione attuale mantovana
Credo che la gran questione se il fonte battesimale s’ha o non s’ha da fare nella Concattedrale di Mantova, sia riducibile al quanto mai semplice interrogativo: “Ma perché mai proprio in Sant’Andrea?”Il che induce a chiedere in sovrappiù: Forse, che il battesimo è più battesimale se officiato in un edificio artistico ed antico? Forse che vi è più sacramentale, forse che fa più passare dalla morte alla vita spirituale, se ad impartirvelo è l’Eccellenza consona di un Vescovo? Di sicuro vi è che alla bella faccia del codice canonico del 1983, se in un Sant’Andrea, patrimonio dell Unesco, il battesimo è somministrato in tutta la sua solennità preconciliare da un’ Eccellenza Reverendissima ad un catecumeno adulto, che so, alla superba altezza di un altro Magdi Cristiano Allam, nella maestà austera di una così augusta e fotogenica basilica, un così gran bel battesimo che sia esibito nel suo transetto, e prima e poi protratto lungo l’intera navata, può lusingare le aspettative che nel nostro bel Sant’Andrea si possa in tal modo celebrare in pompa magna, e per la vana gloria mondana, uno di quei trionfi cui la Bella Immortal da un po’ di tempo non è poi che sia più così tanto avvezza, o che se ne bei, all’insegna di un “va mo là laici islamofili”, che suona oggi alquanto controcorrente rispetto agli stessi santissimi detti, dello stesso Papa Francesco, che “ Dio non è cattolico”, un asserto liberatorio finalmente espresso da un Santo Padre, che fa il paio con quanto ebbe già a dire il Mahatma Gandhi, quanto al fatto che di sicuro “ Dio non ha religione”. Prego, si abbia dunque un briciolo di fede nella reviviscenza del sacro e del bello anche in quanto è un tempio moderno e vi è un rito non necessariamente officiato da Vescovi, e si lasci Sant’Andrea ai fin troppi martoriamenti che la devozione ha già fatto subire nel tempo al gran monumento albertiano.