Giovedì 14 giugno 2012
Cara Gabriella,
Se ti può confortare, nella tua esigenza sacrosanta che gli esami siamo sostenuti con serietà, sappi che a Mantova e provincia solo le scuole più disastrate ridurranno gli esami alle prove orali.
In alcune scuole- a Gonzaga- solo ieri gli alunni sono rientrati nelle loro aule per riprendere tutto ciò che vi avevano lasciato diradandosi in fuga il 29 maggio scorso, e molti studenti della provincia hanno dovuto studiare per gli esami con insegnanti di supporto, accampati nelle tende senza disporre dei libri e dei sussidi che hanno abbandonato nelle scuole al momento del sisma.
Solo tre Istituti superiori sono veramente disastrati, uno soltanto è irrecuperabile come sede scolastica –è una villa settecentesca il cui restauro comporta per la Provincia costi proibitivi ( 5 milioni di euro)- l’epicentro del sisma ha coinvolto soprattutto centri minori, per cui sono stati lesionate o sono andate di fatto perdute soprattutto le sedi scolastiche di scuole del grado inferiore. Purtroppo(Solo che) il nostro è un sisma fantasma per l ‘opinione pubblica mediatica, ed occorre patire i soccorsi e farsi inserire in ogni forma di aiuto
A mia volta rientrerò nel mondo dell’insegnamento il 14 luglio, a Khajuraho, nel Madhya Pradesh, quando dovrò rispondere alla convocazione di una scuola media inferiore per iniziare a insegnarvi italiano. Qui in Italia, invece, il mio iper-attivismo mediatico resta originato anche dal senso di colpa per essere un salvato rispetto a chi è rimasto sommerso nell’insegnamento per ancora tanti anni a venire.
venerdì 15 giugno 2012
mercoledì 13 giugno 2012
Vincenzo I Il fasto del potere Una mostra che al Museo diocesano non s'aveva da fare

Domenica scorsa presso il museo diocesano di Mantova si è felicemente chiusa la mostra su Vincenzo I, Il fasto al potere, “ felicemente” è davvero il caso di dire, come quando si pone fine a uno scandalo. Che di scandalo cristianamente si tratta, quando un museo diocesano rende l’omaggio di una mostra a un personaggio storico siffatto, celebrandolo come “ splendidissimo duca”, “ ammantato di sacralità”, in tutto “ il fasto di un principe dispiegato nella magnificenza dell’oro”.Si sorvoli pure sulla sua leggerezza omicida che pose fine all’esistenza terrena di lord Crichton, come così suggestivamente fa il filmato della mostra, sulle “spavalde scorribande …della sua prorompente vitalità”, né sarò io a scagliare la prima pietra sui suoi eccessi sessuali, talmente il Serenissimo può risultare in virtù di essi ancora più simpatico ai chierici curiali, “ così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano”, ma ciò che non taccio è la grazia di cui sovrabbondano le sue vittime più strazianti, in virtù di quanto egli ha provvidenzialmente peccato, come si compiace di giustificarlo un curatore blasfemo della mostra
Mi riferisco innanzitutto a Jonadith Fraschetta, ebrea di 77 anni, che il giorno 22 aprile 1600- quando Vincenzo I era nella pienezza dei suoi poteri sovrani e delle sue facoltà mentali- sulla piazza del Duomo di Mantova, venne bruciata viva per essere stata “ Striga, over per avere magliato molte persone in vita sua et specialmente una monaca dell’ordine di S. Vincenzo in Mantova la quale di già era ebrea e poi fatta cristiana..”, come riferisce la cronaca manoscritta di certo G.B. Virgilio, fattore rurale dei Gonzaga.
“Al quale spettacolo- riporta Antonino Bortolotti, colui che ritrovò negli Archivi di mantova e nel 1891 presso la Tipografia delle Mantellate pubblicò la cronaca in “ Martiri del libero pensiero”,- furono presenti il Duca,”- ossia il nostro Vincenzo I, per l’appunto-, “e la Duchessa di Mantova, Margherita duchessa di Ferrara e Anna Caterina arciduchessa d’Austria, venuta da Inspruk, oltre una straordinaria folla di curiosi”. “La qual Jonadith ebrea- seguita la cronaca originaria- legata con molte funi in piedi ad una colonna di legno sopra una gran quantità di legne, alle quali dopo di esser stato dato fuogo da tre ebrei che la confortavano, duvi ( due) se ne fuggirono et il terzo qual era vecchio et tanto intento al suo ufficio fu quasi per restar con essa lei nelle fiamme…Nel qual mentre si bruciò le funi colle quali aveva legato le mani; et con la mano destra si faceva difesa dal fogo alla faccia soffiando anco colla bocca, ma poco gli valse perché incontinente se ne caddi nelle fiamme et così fini la sua vita”
A tale misfatto fece seguito una grida del 1603, con la quale Vincenzo I invitava ogni uomo alla denuncia di persone che “ con malìe, stregonerie, incanti …e in altro modo malvagio o arte diabolica” provocavano danni frequenti ed atroci, promettendo non solo che il nome dell’accusatore non sarebbe stato rivelato, ma che a chi avesse fornito delle prove, tali da garantire almeno la tortura dell’imputato, sarebbe stato concesso il riscatto dal bando capitale o da altre eventuali pene a cui fosse stato condannato, oppure che ci avrebbe guadagnato del denaro.
E’ una sovrabbondanza di grazia che può risultare finanche eccessiva pure per le anime più arrese al “serenissimo” duca, se si rammemorano anche i sette ebrei che l’anno prima , agli inizi d’agosto del 1602, colpevoli di null’altro che di essersi fatti beffe del fanatismo predicatorio antigiudaico del frate francescano Bartolomeo Cambi, ci rimisero la vita, per permissione del duca, perché furono” appiccati tutti ad un’alta forca coi piedi in suso, e con le berrette gialle… con questa inscrittione in lettere maiuscole. “ Per haver schernita in derisione della Religione Christiana la parola di Dio”.
E lo stesso Vincenzo non seppe poi far di meglio, nel riguardo degli ebrei, che differire di rinchiuderli nel ghetto fino al 1610.
Non mi si dica, a tal punto, che copre i suoi peccati la grandissima fede dell’uomo, giacché in catalogo è degradata a “manifestazione vistosa ma incoerente e superficiale”. Forse occorre davvero arrendersi a ciò che lasciavano balenare ori e splendori, e rifarsi alla “magnifica liberalità “ pari a quella “ di un re” che lo guidava, nella istituzione di ordini religiosi e per i reliquari e cripte di cui fu generoso con la nostra Chiesa, per spiegare il rendimento di grazie, e l’ indulgenza, pressocchè plenaria, concessa ad un duca siffatto da una mostra così empia.
Vincenzo I, il ne-fasto al potere
Seconda una certa dogmatica cattolica sono i peccati di omissione quelli più gravi, giacché ne consegue che a tacere di certi misfatti se ne legittimano altri, ancora peggiori Mi riferisco, quale mia colpa pregressa, prima di evitare di incorrere in una manchevolezza ulteriore che temo ancora più grave, alla mia omessa denuncia all’opinione pubblica locale della sciatteria con cui sono stati esposti, l’autunno scorso, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria le incisioni che Antonio Gajani desunse dagli affreschi di Nicolo dell’Abate che in un Camerino del palazzo di Scandiano illustravano l’Eneide, senza didascalie di sorta, nè avviso alcuno, ai visitatori, che i dipinti originali del Camerino, già nel Castello di Scandiano, erano ben visibili a Modena , nella Galleria Estense, eccettuati due, andati perduti per un incendio, di cui i disegni prevenienti permettevano di ricostruire le linee. Ciò che ora non intendo sottacere, perché non si abusi ulteriormente della presunta dabbenaggine, o inconsapevolezza, o lassitudine morale dei visitatori, è che nel’accedere in extremis per cause di forza maggiore alla mostra Vincenzo I 1562 1612 Il fasto del potere sono rimasto più che sconcertato dall’ambientazione in un Museo Diocesano di una mostra che concelebra l'empietà della religiosità devota di un personaggio storico siffatto, e sono rimasto esterefatto vuoi dall'ostentazione delle ragioni di tanta indulgenza nei suoi riguardi, vuoi dagli omissis sugli orrori più terribili che quel Serenissimo ha commesso, o che ha consentito che si commettessero.
Tutta la mostra è una illustrazione esplicita e senza remore , fin anche compiaciuta, di quanto largo sia o debba essere lo spirito di comprensione di Santa Romana Chiesa per un più che presunto omicida ed un donnaiolo fedifrago impenitente,-inqualificabile è in particolare il modo suggestivo in cui viene evocato il suo assassinio di lord Crichton-, in virtù, è lecito supporre, della sua munificenza religiosa così generosa nei riguardi della stessa Santa Romana Chiesa, il che dovrebbe pur sempre scandalizzare, anche se di questi tempi la cosa non può certo suscitare stupore, o scalpore, visto di che maniche abbondanti si sta mostrando la Santa Romana Chiesa con la condotta sessuale sregolata e con la blasfemia dei potenti che la privilegiano. Ora, per venire al dunque, è pur vero che la mostra non sottaceva il furore antislamico di Vincenzo I, che più per ambizioni di gloria, che per sincerità di fede, lo animò nelle sue imprese belligeranti contro i Turchi ottomani in Ungheria. Ciò che permane pur tuttavia inammissibile, è che in virtù della religiosità del duca sponsoriale della potenza mondana della Santa Romana Chiesa, destinataria per parte sua di istituzioni di ordini religiosi e di mirabili sacrari, nei riguardi speciali della presunta reliquia del Preziosissimo Sangue di Gesù, siano stati rimossi, omessi o sottaciuti non dei vizi privati, ma i crimini imperdonabili contro altre religioni, l’ebraismo per intenderci, insistentemente commessi dallo stesso Vincenzo, per suo cedimento assenziente ed ordine consapevole e diretto.
Secondo le ricerche già plurisecolari di Bertolott Antonino, condotte in Martiri del libero pensiero e vittime della Santa Inquisizione nei secoli 16, 17. e 18. - studi e ricerche negli Archivi di Roma e di Mantova / per A. Bertolotti Roma - Tip. delle Mantellate, 1891 Testo Monografico, a Vincenzo II non solo può essere attribuita una grida del 1603, con la quale questi invitava ogni uomo alla denuncia di persone che “ con malìe, stregonerie, incanti …e in altro modo malvagio o arte diabolica” provocavano danni frequenti ed atroci, promettendo - non solo-che il nome dell’accusatore non sarebbe stato rivelato, ma che a chi avesse fornito prove, tali da assicurare almeno la tortura dell’imputato, sarebbe stato concesso di riscattarsi dal bando capitale o da altre eventuali pene (a cui era stato condannato) oppure di guadagnarne del denaro.
Una cronaca manoscritta di certo G.B. Virgilio, fattore rurale dei Gonzaga,” la quale principia dal 1561 e finisce al 1603,- che il Bertolotti ebbe provvidamente a raccogliere-, registra che a di - ossia il giorno-22 aprile 1600- quando Vincenzo I era nella pienezza dei suoi poteri sovrani e delle sue facoltà mentali- sulla piazza del Duomo di Mantova, venne bruciata viva Jonadith Fraschetta, ebrea di 77 anni per essere stata “ Striga, over per avere magliato molte persone in vita sua et specialmente una monaca dell’ordine di S. Vincenzo in Mantova la quale di già era ebrea e poi fatta cristiana..
Al quale spettacolo furono presenti- loro bontà Serenissime- il Duca e la Duchessa di Mantova, ossia il nostro Vincenzo I, per l’appunto, Margherita duchessa di Ferrara e Anna Caterina arciduchessa d’Austria, venuta da Inspruk, oltre una straordinaria folla di curiosi.“ La qual Jonadith ebrea legata con molte funi in piedi ad una colonna di legno sopra una gran quantità di legne, alle quali dopo di esser stato dato fuogo da tre ebrei che la confortavano, duvi ( due) se ne fuggirono et il terzo qual era vecchio et tanto intento al suo uficio fu quasi per restar con essa lei nelle fiamme…Nel qual mentre si bruciò le funi colle quali aveva legato le mani; et con la mano destra si faceva difesa dal fogo alla faccia soffiando anco colla bocca, ma poco gli valse perché incontinente se ne caddi nelle fiamme et così fini la sua vita”E’ ben inteso che i tre ebrei erano stati costretti a prender parte al supplizio della loro correligionaria.
E non è tutto, purtroppo, a suffragio del mio dossier.
A conforto del mio assillo che a mia volta io non debba concorrere nel peccato di omissione, non dei più leggeri, dei misfatti di Vincenzo I che rendevano inammissibilie in sale curiali qualsiasi magnificazione espositiva della sua pietà devozionale, è il dato recentissimo che non più tardi del dicembre scorso una pagina culturale della Voce di Mantova era dedicata ad uno studio pregevole recente, per una singolare coincidenza sempre ad opera di un emerito Bertolotti, questa volta Bertolotti Maurizio di Mantova, noto a noi tutti, che verteva su un altro crimine orrendo consentito dal nostro Serenissimo duca, ed a lui addebitabile, un crimine che è desumibile direttamente dal titolo medesimo dello scritto in questione: Sette ebrei sulla forca. Dalla Trinità di Rubens (1605) alla Madonna della Vittoria ( 1495-96).
Anche da una lettura in sintesi dello stesso gran bel réportage di Paola Artoni, l’articolista, pur senza addentrarsi nel saggio si evince che Vincenzo I permise che i sette ebrei, colpevoli di null’altro che di essersi fatti beffe del fanatismo predicatorio antigiudaico del frate francescano Bartolomeo Cambi fossero” appiccati tutti ad un’alta forca coi piedi in suso, e con le berrette gialle… con questa inscrittione in lettere maiuscole. “ Per haver schernita in derisione della Religione Christiana la parola di Dio”.
E lo stesso non seppe poi far di meglio nel riguardo degli ebrei, che differire di rinchiuderli nel ghetto fino al 1610.
Nec plus ultra, sul ne-fasto al potere di Vincenzo I.
Non sarebbe dunque davvero il caso, in conclusione, che da parte delle autorità della Chiesa si lasciasse solo a Dio il perdono di chi a favore della sua potenza mondana ha commesso simili misfatti interreligiosi, e che in virtù di tali favori non si anticipasse in ambito storico- celebrativo la Sua indulgenza plenaria?
Tutta la mostra è una illustrazione esplicita e senza remore , fin anche compiaciuta, di quanto largo sia o debba essere lo spirito di comprensione di Santa Romana Chiesa per un più che presunto omicida ed un donnaiolo fedifrago impenitente,-inqualificabile è in particolare il modo suggestivo in cui viene evocato il suo assassinio di lord Crichton-, in virtù, è lecito supporre, della sua munificenza religiosa così generosa nei riguardi della stessa Santa Romana Chiesa, il che dovrebbe pur sempre scandalizzare, anche se di questi tempi la cosa non può certo suscitare stupore, o scalpore, visto di che maniche abbondanti si sta mostrando la Santa Romana Chiesa con la condotta sessuale sregolata e con la blasfemia dei potenti che la privilegiano. Ora, per venire al dunque, è pur vero che la mostra non sottaceva il furore antislamico di Vincenzo I, che più per ambizioni di gloria, che per sincerità di fede, lo animò nelle sue imprese belligeranti contro i Turchi ottomani in Ungheria. Ciò che permane pur tuttavia inammissibile, è che in virtù della religiosità del duca sponsoriale della potenza mondana della Santa Romana Chiesa, destinataria per parte sua di istituzioni di ordini religiosi e di mirabili sacrari, nei riguardi speciali della presunta reliquia del Preziosissimo Sangue di Gesù, siano stati rimossi, omessi o sottaciuti non dei vizi privati, ma i crimini imperdonabili contro altre religioni, l’ebraismo per intenderci, insistentemente commessi dallo stesso Vincenzo, per suo cedimento assenziente ed ordine consapevole e diretto.
Secondo le ricerche già plurisecolari di Bertolott Antonino, condotte in Martiri del libero pensiero e vittime della Santa Inquisizione nei secoli 16, 17. e 18. - studi e ricerche negli Archivi di Roma e di Mantova / per A. Bertolotti Roma - Tip. delle Mantellate, 1891 Testo Monografico, a Vincenzo II non solo può essere attribuita una grida del 1603, con la quale questi invitava ogni uomo alla denuncia di persone che “ con malìe, stregonerie, incanti …e in altro modo malvagio o arte diabolica” provocavano danni frequenti ed atroci, promettendo - non solo-che il nome dell’accusatore non sarebbe stato rivelato, ma che a chi avesse fornito prove, tali da assicurare almeno la tortura dell’imputato, sarebbe stato concesso di riscattarsi dal bando capitale o da altre eventuali pene (a cui era stato condannato) oppure di guadagnarne del denaro.
Una cronaca manoscritta di certo G.B. Virgilio, fattore rurale dei Gonzaga,” la quale principia dal 1561 e finisce al 1603,- che il Bertolotti ebbe provvidamente a raccogliere-, registra che a di - ossia il giorno-22 aprile 1600- quando Vincenzo I era nella pienezza dei suoi poteri sovrani e delle sue facoltà mentali- sulla piazza del Duomo di Mantova, venne bruciata viva Jonadith Fraschetta, ebrea di 77 anni per essere stata “ Striga, over per avere magliato molte persone in vita sua et specialmente una monaca dell’ordine di S. Vincenzo in Mantova la quale di già era ebrea e poi fatta cristiana..
Al quale spettacolo furono presenti- loro bontà Serenissime- il Duca e la Duchessa di Mantova, ossia il nostro Vincenzo I, per l’appunto, Margherita duchessa di Ferrara e Anna Caterina arciduchessa d’Austria, venuta da Inspruk, oltre una straordinaria folla di curiosi.“ La qual Jonadith ebrea legata con molte funi in piedi ad una colonna di legno sopra una gran quantità di legne, alle quali dopo di esser stato dato fuogo da tre ebrei che la confortavano, duvi ( due) se ne fuggirono et il terzo qual era vecchio et tanto intento al suo uficio fu quasi per restar con essa lei nelle fiamme…Nel qual mentre si bruciò le funi colle quali aveva legato le mani; et con la mano destra si faceva difesa dal fogo alla faccia soffiando anco colla bocca, ma poco gli valse perché incontinente se ne caddi nelle fiamme et così fini la sua vita”E’ ben inteso che i tre ebrei erano stati costretti a prender parte al supplizio della loro correligionaria.
E non è tutto, purtroppo, a suffragio del mio dossier.
A conforto del mio assillo che a mia volta io non debba concorrere nel peccato di omissione, non dei più leggeri, dei misfatti di Vincenzo I che rendevano inammissibilie in sale curiali qualsiasi magnificazione espositiva della sua pietà devozionale, è il dato recentissimo che non più tardi del dicembre scorso una pagina culturale della Voce di Mantova era dedicata ad uno studio pregevole recente, per una singolare coincidenza sempre ad opera di un emerito Bertolotti, questa volta Bertolotti Maurizio di Mantova, noto a noi tutti, che verteva su un altro crimine orrendo consentito dal nostro Serenissimo duca, ed a lui addebitabile, un crimine che è desumibile direttamente dal titolo medesimo dello scritto in questione: Sette ebrei sulla forca. Dalla Trinità di Rubens (1605) alla Madonna della Vittoria ( 1495-96).
Anche da una lettura in sintesi dello stesso gran bel réportage di Paola Artoni, l’articolista, pur senza addentrarsi nel saggio si evince che Vincenzo I permise che i sette ebrei, colpevoli di null’altro che di essersi fatti beffe del fanatismo predicatorio antigiudaico del frate francescano Bartolomeo Cambi fossero” appiccati tutti ad un’alta forca coi piedi in suso, e con le berrette gialle… con questa inscrittione in lettere maiuscole. “ Per haver schernita in derisione della Religione Christiana la parola di Dio”.
E lo stesso non seppe poi far di meglio nel riguardo degli ebrei, che differire di rinchiuderli nel ghetto fino al 1610.
Nec plus ultra, sul ne-fasto al potere di Vincenzo I.
Non sarebbe dunque davvero il caso, in conclusione, che da parte delle autorità della Chiesa si lasciasse solo a Dio il perdono di chi a favore della sua potenza mondana ha commesso simili misfatti interreligiosi, e che in virtù di tali favori non si anticipasse in ambito storico- celebrativo la Sua indulgenza plenaria?
sabato 9 giugno 2012
La rivelazione sismica
A Te mi arrendo, o Dio
Allahu akbar, Dio è davvero il più grande. Ne ha sconvolte tra noi di cose il terremoto, nell’ordine materiale ed ideale, con un'ironia sferzante che credevamo riservata all'ironia della storia. On namah Sivaya. Ci si arrenda alla Sua volontà conseguente-
Chi difendeva il proprio campanile come proprio simbolo identitario, che avrebbe dovuto nei secoli dei secoli svettare in esclusiva tra le nostre campagne, e non tollerava che condividesse lo slancio di minareti o di pinnacoli di gurdwara sik, ora possiamo ritrovarlo in prima fila a chiederne l'abbattimento, per non condannare il proprio centro abitato a non risorgere mai più, sotto l’incombere della minaccia del suo crollo sismico sulle case sottostanti, mentre ne piange l'abbattimento la ragazza sik che vivendo in un casolare adiacente si è trasfusa nella nostra civiltà
Chi vedeva nel verde dei campi una natura amica (incontaminabile, o ancora incontaminata), da salvaguardare dal demone divoratore inghiottitutto del cemento, ora deve affidare innanzitutto al bruto cemento la sua difesa dalle insidie che la natura cela nel grembo, da che sotto il suo sguardo esse l’hanno percorsa così terrificante, risollevandola con i nostri municipi, mentre chi ancora ritrovava finora il bello solo nella sopravvivenza e nella reviviscenza dell’antico,
La chiesa che credeva di poter ritardare i rendiconti della propria dogmatica con la contemporaneità ora è qui costretta a schiudersi,prima che sia già tardi, alla fede di chi si rifiuta di leggere i disegni di un Dio sovrano onnipotente in quello che accade, deve negarsi la temerarietà di credersi il gregge salvaguardato da Dio come suo popolo eletto rispetto a chi Dio avrebbe castigato con la sua ira sismica, e se intende evitare il discredito integrale, non le resta che attendere secondo le circostanze a sacralizzare il secolare e secolarizzare il sacrocome del resto è suo compito da sempre, evitando di curarsi delle anime che stanno nelle chiese più di quelle rimaste impaurite nelle tende o che sono già al lavoro nei campi , più delle macerie delle propri luoghi di culto che di quelle di capannoni e fienili e case, e deve spezzare il pane e versare il vino sugli altari come sui tavoli domestici e di lavoro, pregare attraverso la preghiera come attraverso il dispendio di forza lavoro e di amore solidale.
Ma così, risulta evidente, non è stato consumato- ossia adempiuto- che ciò che era già ed ovunque è nelle cose. Che ciò cui è vano opporre resistenza.
Il terremoto manifestandosi ri-velazione
caro amico, ti scrivo, 4 giugno 2012
sabato 9 giugno 2012
caro amico, ti scrivo
Caro amico, ti scrivo 4 giugno 2012
"Da ieri sera qui non sono pervenute ulteriori grossi scosse fino ad adesso. Ma un certo traballio è continuo...Qui a Mantova riusciamo ancora a stare e a dormire in casa, pur se vestiti e " senza andar sotto" le coperte, con le ciabatte a portata di piede...E 'già una gran bella differenza rispetto a chi nelle nostre Basse si ritroverà a dormire in macchina anche stanotte. Di novità c'è che l'anno scolastico in città è stato dichiarato finito e che il mercato è stato spostato- Quanto alla pioggia è soprattutto un bene per l'agricoltura, credo. Occorre tener conto di tutto.
Ciao
Odorico
Pubblicato da odorico a 20
caro amico, ti scrivo
Caro amico, ti scrivo 4 giugno 2012
"Da ieri sera qui non sono pervenute ulteriori grossi scosse fino ad adesso. Ma un certo traballio è continuo...Qui a Mantova riusciamo ancora a stare e a dormire in casa, pur se vestiti e " senza andar sotto" le coperte, con le ciabatte a portata di piede...E 'già una gran bella differenza rispetto a chi nelle nostre Basse si ritroverà a dormire in macchina anche stanotte. Di novità c'è che l'anno scolastico in città è stato dichiarato finito e che il mercato è stato spostato- Quanto alla pioggia è soprattutto un bene per l'agricoltura, credo. Occorre tener conto di tutto.
Ciao
Odorico
Pubblicato da odorico a 20
giovedì 19 gennaio 2012
il passo indietro di Dio
Signor Direttore,
Nel corso degli ultimi mesi e delle vicende della grande crisi che hanno sconvolto molti dei nostri destini, la mia esperienza più emozionante di lettore delle missive che s’inoltrano ai quotidiani di Mantova è stata senz’altro quella che mi ha coinvolto nelle vicissitudini recenti di Stefano Gavioli. Mentr’io uscivo drammaticamente dall’insegnamento e mi addentravo in tutte le incertezze angoscianti del pensionamento, incalzato dallo stroncamento delle mie aspettative che le manovre economiche incombenti potevano determinare, mediante le sue cronache sulle colonne della Voce di Mantova ho ritrovato Stefano Gavioli addentro al tunnel di una variante del mio destino ancora più sconvolgente, a cinquant’anni e in mobilità, ridotto a quelle privazioni di vita, il freddo, il buio, l’uso della bicicletta, il risparmio, “sempre e solo risparmiare”, che per me da decenni sono tuttavia forme abituali di rinuncia, o di distacco, che pratico ben volentieri per consentirmi di vivere le scelte di vita che sono la mia vocazione in questi “global times. In tale duplice fuoriuscita, ho rinvenuto anch’egli alle prese con ricordi di mortificazioni umilianti, che per Stefano Gavioli sono rimasti ancora in sospeso, mentre per me sono un intero stadio della mia esistenza che ho rimosso od estirpato. Ma era tale lo spirito intrepido con cui rievocava la sua controfigura al bel tepore sotto le coperte, quand’erano già le tre di notte senza che fosse ancora riuscito a trovare il sonno, mentre in realtà era intento a scrivere, benissimo, i referti del suo vissuto emozionale che voleva far credere al lettore che non riuscisse ad esprimere sbloccandosi, era tale lo slancio in avanti della sua fede nella realtà, che non mi ha sorpreso, all’inizio del nuovo anno, constatare che non solo era caduto in piedi, “ landed on his feet”, com’era accaduto anche a me, a onore del vero, ma che sulla Voce aveva già l’aire di dire la sua allo stesso “caro Dio”, intimandogli di fare un passo indietro, come secondo gli stereotipi in uso nei notiziari, le piazze richiedono agli stessi dittatori arabi che non lasciano il potere. Più secolarmente si è poi concesso di invitare i cari dinosauri dell’estrema sinistra a rimanersene rintanati, a non scendere in piazza per cavalcare la protesta di un mondo rispetto ai cui cambiamenti sono rimasti remoti anni luce.
Ma non è tanto sul fatto che possa avere gettato il ferro a fondo disimpegnandosi a sinistra, quanto sul passo indietro che richiede a Dio, che m’interessa dire a Stefano Gavioli che cosa ne penso.
Ora, se c’è un ampio orizzonte d’intesa nella teologia cristiana contemporanea, esso è dato dallo spazio di libertà che fin dalla fondazione del mondo Dio ha concesso all’uomo e all’operare autonomo degli eventi naturali, adempiendo appunto a quel passo indietro che Stefano Gavioli gli chiede così perentoriamente di fare, da quando il settimo giorno è entrato mitologicamente nel riposo sabbatico.
Asserisce ad esempio la grandissima Simone Weil: “Per Dio la Creazione non è consistita nell’estendersi, quanto piuttosto nel ritirarsi. Egli ha cessato di “ comandare dappertutto, là dove n’aveva il potere”… Questo movimento è l’amore ( Quaderni III 96). “Dio non è onnipotente in quanto creatore. La creazione è un’abdicazione. Piuttosto, Egli è l’onnipotente nel senso che la sua abdicazione è volontaria”( Quaderni III, 152).
Appunto perché Dio ha compiuto da sempre questo passo indietro rispetto agli eventi del mondo, con la nostra libertà sono dati tutto il male e le sventure in cui essa si adempie, secondo la prospettiva umana delle vicende cosmiche.
E’ in tal senso che l’uomo è ad immagine di Dio nella sua vocazione ad amare, ma nella sua realtà vivente per lo più è tutt’altro che buono e a Sua somiglianza. Tanto più se è un uomo particolarmente “religioso”, come quelli che misero a morte Gesù, - che tra l’altro, come Buddha non era affatto un religioso-, ancor più se è uno di quegli uomini di chiesa che come insegna la figura del grande inquisitore di Dostoevskij, Cristo tornano sistematicamente a metterlo a morte se lo rincontrano. “La Chiesa, non il mondo, la Chiesa – ha crocefisso Cristo”, ha ricordato il teologo protestante Karl Barth alla coscienza cristiana del Novecento.
Se c’ è dunque alcunché di Dio che Stefano Gavioli non ha motivo alcuno di temere e di avversare, è che Dio voglia a lui imporsi con le buone o con le cattive.
Dio non lo solleverà, ed esimerà mai, dall’onere e dal privilegio di un percorso di fede “ personale e intimo”. I dubbi di Stefano Gavioli sono per Dio sacrosanti. se significano ascolto e apertura.
Per Dio, pertanto, sempre secondo le parole di Simone Weil, e proprio come la pensa Stefano Gavioli, davvero è meglio essere atei che avere una fede consolatoria, poiché “ la religione in quanto fonte di consolazione è un ostacolo alla vera fede. In questo senso, l’ateismo è una vera purificazione. Devo essere atea con la parte di me stessa che non è adeguata a Dio”( Quaderni II, 337) ( traggo le citazioni di Simone Weil dal bellissimo “Simone Weil 15 meditazioni, Gribaudi”, edito di recente).
E per quanto ne so, da peccatore in cui Dio confida, anche se nella mia indecenza mi è davvero arduo comprendere come Dio per me, come per ognuno di noi, possa essere addirittura folle d’amore, la fede più che su prove, od argomenti, si fonda sulle trasformazioni che in noi opera l’aver avuto ed il seguitare ad aver fede, soprattutto quando la sventura si fa provvida, perché l’azione di grazia, in virtù della potatura che subiamo dalla natura chirurgica del bene, ci rende capaci di fare ciò che altrimenti non saremmo mai riusciti a compiere. “ Nel caso del male causato dall’uomo, sarà un bene che non sarebbe mai potuto emergere senza il male che mai sarebbe dovuto succedere ( Paul Knitter, Senza Buddha non potrei essere cristiano, pg. 69). E anche la messa in mobilità può allora diventare un male propizio. O quanto ancora peggiore e ben più tremendo può capitarci.
Nel corso degli ultimi mesi e delle vicende della grande crisi che hanno sconvolto molti dei nostri destini, la mia esperienza più emozionante di lettore delle missive che s’inoltrano ai quotidiani di Mantova è stata senz’altro quella che mi ha coinvolto nelle vicissitudini recenti di Stefano Gavioli. Mentr’io uscivo drammaticamente dall’insegnamento e mi addentravo in tutte le incertezze angoscianti del pensionamento, incalzato dallo stroncamento delle mie aspettative che le manovre economiche incombenti potevano determinare, mediante le sue cronache sulle colonne della Voce di Mantova ho ritrovato Stefano Gavioli addentro al tunnel di una variante del mio destino ancora più sconvolgente, a cinquant’anni e in mobilità, ridotto a quelle privazioni di vita, il freddo, il buio, l’uso della bicicletta, il risparmio, “sempre e solo risparmiare”, che per me da decenni sono tuttavia forme abituali di rinuncia, o di distacco, che pratico ben volentieri per consentirmi di vivere le scelte di vita che sono la mia vocazione in questi “global times. In tale duplice fuoriuscita, ho rinvenuto anch’egli alle prese con ricordi di mortificazioni umilianti, che per Stefano Gavioli sono rimasti ancora in sospeso, mentre per me sono un intero stadio della mia esistenza che ho rimosso od estirpato. Ma era tale lo spirito intrepido con cui rievocava la sua controfigura al bel tepore sotto le coperte, quand’erano già le tre di notte senza che fosse ancora riuscito a trovare il sonno, mentre in realtà era intento a scrivere, benissimo, i referti del suo vissuto emozionale che voleva far credere al lettore che non riuscisse ad esprimere sbloccandosi, era tale lo slancio in avanti della sua fede nella realtà, che non mi ha sorpreso, all’inizio del nuovo anno, constatare che non solo era caduto in piedi, “ landed on his feet”, com’era accaduto anche a me, a onore del vero, ma che sulla Voce aveva già l’aire di dire la sua allo stesso “caro Dio”, intimandogli di fare un passo indietro, come secondo gli stereotipi in uso nei notiziari, le piazze richiedono agli stessi dittatori arabi che non lasciano il potere. Più secolarmente si è poi concesso di invitare i cari dinosauri dell’estrema sinistra a rimanersene rintanati, a non scendere in piazza per cavalcare la protesta di un mondo rispetto ai cui cambiamenti sono rimasti remoti anni luce.
Ma non è tanto sul fatto che possa avere gettato il ferro a fondo disimpegnandosi a sinistra, quanto sul passo indietro che richiede a Dio, che m’interessa dire a Stefano Gavioli che cosa ne penso.
Ora, se c’è un ampio orizzonte d’intesa nella teologia cristiana contemporanea, esso è dato dallo spazio di libertà che fin dalla fondazione del mondo Dio ha concesso all’uomo e all’operare autonomo degli eventi naturali, adempiendo appunto a quel passo indietro che Stefano Gavioli gli chiede così perentoriamente di fare, da quando il settimo giorno è entrato mitologicamente nel riposo sabbatico.
Asserisce ad esempio la grandissima Simone Weil: “Per Dio la Creazione non è consistita nell’estendersi, quanto piuttosto nel ritirarsi. Egli ha cessato di “ comandare dappertutto, là dove n’aveva il potere”… Questo movimento è l’amore ( Quaderni III 96). “Dio non è onnipotente in quanto creatore. La creazione è un’abdicazione. Piuttosto, Egli è l’onnipotente nel senso che la sua abdicazione è volontaria”( Quaderni III, 152).
Appunto perché Dio ha compiuto da sempre questo passo indietro rispetto agli eventi del mondo, con la nostra libertà sono dati tutto il male e le sventure in cui essa si adempie, secondo la prospettiva umana delle vicende cosmiche.
E’ in tal senso che l’uomo è ad immagine di Dio nella sua vocazione ad amare, ma nella sua realtà vivente per lo più è tutt’altro che buono e a Sua somiglianza. Tanto più se è un uomo particolarmente “religioso”, come quelli che misero a morte Gesù, - che tra l’altro, come Buddha non era affatto un religioso-, ancor più se è uno di quegli uomini di chiesa che come insegna la figura del grande inquisitore di Dostoevskij, Cristo tornano sistematicamente a metterlo a morte se lo rincontrano. “La Chiesa, non il mondo, la Chiesa – ha crocefisso Cristo”, ha ricordato il teologo protestante Karl Barth alla coscienza cristiana del Novecento.
Se c’ è dunque alcunché di Dio che Stefano Gavioli non ha motivo alcuno di temere e di avversare, è che Dio voglia a lui imporsi con le buone o con le cattive.
Dio non lo solleverà, ed esimerà mai, dall’onere e dal privilegio di un percorso di fede “ personale e intimo”. I dubbi di Stefano Gavioli sono per Dio sacrosanti. se significano ascolto e apertura.
Per Dio, pertanto, sempre secondo le parole di Simone Weil, e proprio come la pensa Stefano Gavioli, davvero è meglio essere atei che avere una fede consolatoria, poiché “ la religione in quanto fonte di consolazione è un ostacolo alla vera fede. In questo senso, l’ateismo è una vera purificazione. Devo essere atea con la parte di me stessa che non è adeguata a Dio”( Quaderni II, 337) ( traggo le citazioni di Simone Weil dal bellissimo “Simone Weil 15 meditazioni, Gribaudi”, edito di recente).
E per quanto ne so, da peccatore in cui Dio confida, anche se nella mia indecenza mi è davvero arduo comprendere come Dio per me, come per ognuno di noi, possa essere addirittura folle d’amore, la fede più che su prove, od argomenti, si fonda sulle trasformazioni che in noi opera l’aver avuto ed il seguitare ad aver fede, soprattutto quando la sventura si fa provvida, perché l’azione di grazia, in virtù della potatura che subiamo dalla natura chirurgica del bene, ci rende capaci di fare ciò che altrimenti non saremmo mai riusciti a compiere. “ Nel caso del male causato dall’uomo, sarà un bene che non sarebbe mai potuto emergere senza il male che mai sarebbe dovuto succedere ( Paul Knitter, Senza Buddha non potrei essere cristiano, pg. 69). E anche la messa in mobilità può allora diventare un male propizio. O quanto ancora peggiore e ben più tremendo può capitarci.
lunedì 16 gennaio 2012
il museo d'arte moderna e contemporanea nell'ex caserma
Bentornato il Mac in campo, per riproporre tramite il suo presidente, Eristeo Banali, che l’ex caserma di Largo XXIV Maggio diventi la sede del coronamento del sogno, oramai pluridecennale, del Museo di arte contemporanea di Mantova.
C’è da sperare che i tempi siano finalmente maturi, - alla ricomparsa sulla Gazzetta di Mantova dell’8 gennaio, appena trascorso, della medesima titolazione in cui già in data 29 novembre 2009 si auspicava “il Museo nell'ex caserma”, ma che in un balletto di titoli il 28 novembre 2011 aveva ceduto il passo alla formulazione della proposta alternativa che si insediasse “ il tribunale nell’ex Caserma”, avanzata da Sergio Cordibella quale presidente di Italia nostra.
Ciò che lascia supporre che questa volta non si stia assistendo all’ennesimo vano sforzo dei Troiani, è che Eristeo Banali a tutela della destinazione museale del monumento, e a sua salvaguardia da ogni inappropriata manomissione speculativa e dal degrado fin anche igienico-sanitario che ne è in corso, può accampare i vincoli ad un uso esclusivamente culturale dell’ex convento cinquecentesco, che a suo tempo furono posti dall’ex direttore per i Beni Architettonici e paesaggistici della Lombardia, Carla di Francesco.
Ancor più, alla petizione on line ora corrisponde il coinvolgimento di tutto l’insieme di forze, Comune, Provincia, Università, Regione, Ministeri, Comunità Europea, oltre ai privati cointeressati, il cui concorso è indispensabile perché l’ obiettivo sia conseguito.
Il recupero a Museo dell’edificio demaniale dimesso dell’ex convento-caserma Curtatone e Montanara, un intervento che può diventare un riferimento esemplare nell’architettura e nell’urbanistica contemporanea, renderebbe possibile portare a compimento la sublimazione mirabile del sito di Palazzo Te e dei monumenti del complesso di San Sebastiano, inclusa la casa del Mantegna, in un polo museale eccezionale della nostra città, integrativo e complementare di quello del Palazzo Ducale.
Il progetto del Mac, incentrato sull’insediamento di un Museo dell’arte contemporanea nell’ex caserma dei Canonici Lateranensi di San Sebastiano, in realtà si proietta oltre tale intento pur eccezionale, se si considerano le destinazioni ulteriori dell’edificio monumentale che Eristeo Banali prospetta nella sua intervista, a integrazione delle raccolte civiche del Museo di San Sebastiano che lo fronteggia. In tal senso, l’attuazione di tale disegno corrisponde talmente alla vocazione della nostra città, che può rientrare felicemente nell’alveo di quanto ha prefigurato a suo tempo lo stesso Salvatore Settis, nel suo “ Progetto per Mantova”, laddove nel complesso di San Sebastiano ha preventivato la formazione del polo civico del sistema integrato di un unico Museo della Città, un “ multi purpose complex” in cui potrebbero confluire le raccolte civiche non esposte al pubblico, o la cui sistemazione attuale non ne sia attrattiva. Ad esempio, tra quelle indicate o suggerite da Salvatore Settis, potrebbero figurarvi le collezioni permanenti ora sistemate nel Palazzo Te, – innanzitutto, a mio avviso, la Sezione gonzaghesca e la Collezione Mondadori,- oltre a quelle del Museo del Risorgimento e della Resistenza non più accessibili..
“ Si avrebbe in tal modo, ebbe a scrivere Settis, un solo Museo della Città, che partendo dalla sua storia comunale giunga al presente attraverso il Risorgimento e la Resistenza; mentre la Donazione Mondadori, coi suoi quadri di Zandomeneghi e Spadini, potrebbe formare il primo nucleo di una collezione d’arte dall’Ottocento al presente, in crescita in caso di nuove acquisizioni o donazioni”.
A novembre, a sostegno dell’ idea avanzata di nuovo, da Stefano Scansani, che la Casa del Mantegna sia destinata alla mostra virtuale permanente dell’opera omnia del suo artefice, un’idea eccellente che tuttora condivido pienamente e qui rilancio, ebbi così a scrivere: “Si potrebbe estendere tale ideazione – oltre che alla Celeste galleria ducale virtualizzata-, anche al San Sebastiano per l’opera e la fortuna dell’Alberti, mediante un impianto scenico di proiezioni e prospezioni in cui siano coinvolti i modellini lignei che vi sono la giacenza della fortunata mostra “Leon Battista Alberti e l’architettura”. La fantasmagoria rigorosa dell’allestimento potrebbe assicurare il buon esito dell’ordinaria apertura al pubblico del tempio. Lo stesso discorso potrebbe valere anche per il Museo della Città di Mantova, la cui sublime raffinatezza espositiva è incontestabile, ma a mio avviso non è ciò che vorrebbero ritrovarvi i suoi visitatori potenziali, che in un museo della Città -o in una sistemazione attigua, complementare a quella sussistente- forse amerebbero prima di tutto vedere esibite le mappe e le carte del passato di Mantova e provincia, e rinvenire le ricostruzioni virtuali e le immagini d’epoca, o artistiche, dei mutamenti del volto architettonico e urbanistico della nostra città, quanto del paesaggio dei territori con cui essa è stata in relazione, non che raffigurazioni delle varie arti e mestieri e delle mode e degli stili di vita che vi si sono succeduti, dalle più remote origini sino a tutto il Novecento, un lavoro di equipe che può essere svolto in collaborazione con le più varie istituzioni culturali e scolastiche di città e provincia.”
Ho così prefigurato un ampliamento ulteriore della offerta espositiva del Museo della città di Mantova , che tuttora reputo pienamente valido , e che può trovare spazio, appunto, nell’ex convento e caserma di San Sebastiano, insieme a mostre temporanee, centri di documentazione, ambienti di accoglienza e di ristoro, cantieri e laboratori di ricerca e di progettazione, imperniati sulle criticità e sul futuro della città e dei suoi territori- , che ne avvalorerebbero innanzitutto economicamente il riuso come sistema museale integrato, nella misura in cui le risorse disponibili lo consentano progressivamente.
C’è da sperare che i tempi siano finalmente maturi, - alla ricomparsa sulla Gazzetta di Mantova dell’8 gennaio, appena trascorso, della medesima titolazione in cui già in data 29 novembre 2009 si auspicava “il Museo nell'ex caserma”, ma che in un balletto di titoli il 28 novembre 2011 aveva ceduto il passo alla formulazione della proposta alternativa che si insediasse “ il tribunale nell’ex Caserma”, avanzata da Sergio Cordibella quale presidente di Italia nostra.
Ciò che lascia supporre che questa volta non si stia assistendo all’ennesimo vano sforzo dei Troiani, è che Eristeo Banali a tutela della destinazione museale del monumento, e a sua salvaguardia da ogni inappropriata manomissione speculativa e dal degrado fin anche igienico-sanitario che ne è in corso, può accampare i vincoli ad un uso esclusivamente culturale dell’ex convento cinquecentesco, che a suo tempo furono posti dall’ex direttore per i Beni Architettonici e paesaggistici della Lombardia, Carla di Francesco.
Ancor più, alla petizione on line ora corrisponde il coinvolgimento di tutto l’insieme di forze, Comune, Provincia, Università, Regione, Ministeri, Comunità Europea, oltre ai privati cointeressati, il cui concorso è indispensabile perché l’ obiettivo sia conseguito.
Il recupero a Museo dell’edificio demaniale dimesso dell’ex convento-caserma Curtatone e Montanara, un intervento che può diventare un riferimento esemplare nell’architettura e nell’urbanistica contemporanea, renderebbe possibile portare a compimento la sublimazione mirabile del sito di Palazzo Te e dei monumenti del complesso di San Sebastiano, inclusa la casa del Mantegna, in un polo museale eccezionale della nostra città, integrativo e complementare di quello del Palazzo Ducale.
Il progetto del Mac, incentrato sull’insediamento di un Museo dell’arte contemporanea nell’ex caserma dei Canonici Lateranensi di San Sebastiano, in realtà si proietta oltre tale intento pur eccezionale, se si considerano le destinazioni ulteriori dell’edificio monumentale che Eristeo Banali prospetta nella sua intervista, a integrazione delle raccolte civiche del Museo di San Sebastiano che lo fronteggia. In tal senso, l’attuazione di tale disegno corrisponde talmente alla vocazione della nostra città, che può rientrare felicemente nell’alveo di quanto ha prefigurato a suo tempo lo stesso Salvatore Settis, nel suo “ Progetto per Mantova”, laddove nel complesso di San Sebastiano ha preventivato la formazione del polo civico del sistema integrato di un unico Museo della Città, un “ multi purpose complex” in cui potrebbero confluire le raccolte civiche non esposte al pubblico, o la cui sistemazione attuale non ne sia attrattiva. Ad esempio, tra quelle indicate o suggerite da Salvatore Settis, potrebbero figurarvi le collezioni permanenti ora sistemate nel Palazzo Te, – innanzitutto, a mio avviso, la Sezione gonzaghesca e la Collezione Mondadori,- oltre a quelle del Museo del Risorgimento e della Resistenza non più accessibili..
“ Si avrebbe in tal modo, ebbe a scrivere Settis, un solo Museo della Città, che partendo dalla sua storia comunale giunga al presente attraverso il Risorgimento e la Resistenza; mentre la Donazione Mondadori, coi suoi quadri di Zandomeneghi e Spadini, potrebbe formare il primo nucleo di una collezione d’arte dall’Ottocento al presente, in crescita in caso di nuove acquisizioni o donazioni”.
A novembre, a sostegno dell’ idea avanzata di nuovo, da Stefano Scansani, che la Casa del Mantegna sia destinata alla mostra virtuale permanente dell’opera omnia del suo artefice, un’idea eccellente che tuttora condivido pienamente e qui rilancio, ebbi così a scrivere: “Si potrebbe estendere tale ideazione – oltre che alla Celeste galleria ducale virtualizzata-, anche al San Sebastiano per l’opera e la fortuna dell’Alberti, mediante un impianto scenico di proiezioni e prospezioni in cui siano coinvolti i modellini lignei che vi sono la giacenza della fortunata mostra “Leon Battista Alberti e l’architettura”. La fantasmagoria rigorosa dell’allestimento potrebbe assicurare il buon esito dell’ordinaria apertura al pubblico del tempio. Lo stesso discorso potrebbe valere anche per il Museo della Città di Mantova, la cui sublime raffinatezza espositiva è incontestabile, ma a mio avviso non è ciò che vorrebbero ritrovarvi i suoi visitatori potenziali, che in un museo della Città -o in una sistemazione attigua, complementare a quella sussistente- forse amerebbero prima di tutto vedere esibite le mappe e le carte del passato di Mantova e provincia, e rinvenire le ricostruzioni virtuali e le immagini d’epoca, o artistiche, dei mutamenti del volto architettonico e urbanistico della nostra città, quanto del paesaggio dei territori con cui essa è stata in relazione, non che raffigurazioni delle varie arti e mestieri e delle mode e degli stili di vita che vi si sono succeduti, dalle più remote origini sino a tutto il Novecento, un lavoro di equipe che può essere svolto in collaborazione con le più varie istituzioni culturali e scolastiche di città e provincia.”
Ho così prefigurato un ampliamento ulteriore della offerta espositiva del Museo della città di Mantova , che tuttora reputo pienamente valido , e che può trovare spazio, appunto, nell’ex convento e caserma di San Sebastiano, insieme a mostre temporanee, centri di documentazione, ambienti di accoglienza e di ristoro, cantieri e laboratori di ricerca e di progettazione, imperniati sulle criticità e sul futuro della città e dei suoi territori- , che ne avvalorerebbero innanzitutto economicamente il riuso come sistema museale integrato, nella misura in cui le risorse disponibili lo consentano progressivamente.
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