venerdì 15 giugno 2012

Quella casa ormai perduta

Una lettera dalla zona terremotata del basso mantovano (presa dalla Gazzetta di Mantova di oggi): "Quella casa ormai perduta, sembra dormire intatta, ma è morta del tutto. Portandosi via un pezzo di vita".
Due settimane dal terremoto. Non mi sembra vero. Mi alzo la mattina e non so come muovermi, arriva sera ed io mi chiedo «Che cosa ho fatto oggi?». Praticamente cerco di riorganizzarmi, ma tutto ...è così? complicato. Guardo la mia casa, immobile, ferma dove l'hanno lasciata 30 secondi di inferno, sradicandola dalle sue fondamenta, facendola ruotare e perdere ogni stabilità strutturale. Vista così, con i suoi gerani sul balcone, le finestre ancora socchiuse, sembra più dormire che morta del tutto. Le crepe si vedono appena, per la pendenza sul fianco ci vuole l'occhio clinico, ma dentro è tutta una rovina. Mobili, vestiti, libri, fotografie, segni di una vita coperti da polvere e calcinacci, irrecuperabili perché la staticità compromessa della casa non permette di entrare, solo l'intervento generoso di alcuni vigili del fuoco attrezzati ha permesso di portare fuori documenti, medicine, oggetti di prima necessità. Comunque sono una sfollata “fortunata”, mio figlio ha ospitato noi genitori e suo fratello nel suo appartamento, anche se dormire al secondo piano è come “non dormire”, ad ogni vibrazione siamo già lungo le scale. Riusciamo a lavarci e mangiare, ed è già molto, ma di notte è tutt'altra cosa, il sonno è fatto da mille passacör, da quell'entrare ed uscire dai sogni per cui, al mattino, la mente è più stanca della sera precedente. Sono arrivati gli inviti a pranzo, il classico «chiedi se hai bisogno», ma devo cominciare a riorganizzare la mia vita, e posso farlo ripartendo dalla quotidianità: al mattino vado a prendere il giornale, lo leggo, poi vado a fare la spesa, comprando qualcosa da mangiare e qualcosa per il bagno, anche se non so bene cosa mi serve, lo faccio per mantenermi allenata. Ora sono tornata al lavoro. Ma il pensiero fisso è su quella casa, in cui ho cresciuto i miei figli e nella quale conservo parte della mia vita: i libri su cui ho studiato e quelli che ho semplicemente letto, le fotografie dei battesimi, delle comunioni, degli anni scolastici, il presepe smontato in soffitta, le scatole dei lego, le cassette registrate, i mobili scelti ed acquistati nel tempo. Come si torna a vivere? Come ci si lascia alle spalle tutta una serie di consuetudini per cercare un nuovo ambiente domestico, ove riunire la famiglia, ove sentirsi protetti, circondati da mura sicure? Per capire a fondo un evento così doloroso, bisogna subirlo sulla propria pelle: se uno si schiaccia un dito, soffre per quello e non per la testa rotta del vicino. Così per un terremoto: ero solidale con chi lo subiva, mi dispiaceva tanto, inviavo un'offerta, ma la sera dormivo nel mio letto, e i miei figli nella stanza accanto. Adesso anche noi sappiamo cos'è la paura e com'è difficile ripartire, facendo finta di non avere amato quelle stanze, di non avere speso anni di stipendi per sistemare tetti, finestre, rifare un bagno. La mia fede mi porta a dire ''Poteva andare peggio, siamo vivi'', ma la mia parte emotiva mi porta invece ad adirarmi, perché lo Stato dovrebbe fare tante meno chiacchiere e tanti più fatti, ed in tempi rapidi, perché non tutti i Comuni dovrebbero dichiararsi “zona terremotata”, togliendo risorse a chi ne ha bisogno e diritto, perché la stampa dovrebbe rilevare e dare risalto ai punti critici che colpiscono direttamente le persone, perché mi sento sola e confusa e vorrei poter tornare a casa mia. (Una cittadina di Quistello).

irresponsabile ( Vittorio Sgarbi) 15 giugno 2012

Irresponsabile, irresponsabile, fuori di ogni grazia, Vittorio Sgarbi nella sua comparsata turbolenta nella nostra Bassa, che è stata edita oggi 15 giugno 2012 sulla Gazzetta di Mantova, l'ennesima manifestazione concitata e febbrile di un suo delirio di onnipotenza neuro-infantile, vociante tra le nostre disgrazie al grido di guerra “bisogna salvare anche l’irrecuperabile”, che ne è stata l'espressione insopportabile di un'egoità assolutamente irriguardosa delle persone afflitte dal sisma e delle loro catastrofi affettive, delle loro necessità vitali più urgenti e di difficoltà e rischi che assillano e incombono, uno strillare, un gridare, uno strigliare, un intimidire , un mettere in riga, tutto un finto volere e potere di fare e darsi da fare, che ha solo tutto il clamore effervescente dello scoppio di una bolla d’aria, di ciò che per Montale fu il grande Big Bang, ossia solo lo Scoppio del ridicolo..
Per ritrovare il senso umano della realtà, invito i lettori della Gazzetta a leggere e rileggere, piuttosto, in data odierna, a pg 11 “ Quella casa ormai perduta”, tra le Testimonianze dei lettori, un documento di vera umanità di R. C. di Quistello, una vera scrittura, bellissima, che rende effettivamente compartecipi della drammaticità così difficile a comprendere del nostro sisma fantasma nelle sue parvenze mediatiche.

redazione originaria Irresponsabile, irresponsabile, Vittorio Sgarbi, nella sua comparsata turbolenta nelle nostre basse, edita oggi sulla Gazzetta di Mantova, un delirio di onnipotenza neuro-infantile, concitato e febbrile, al grido di guerra “bisogna salvare anche l’irrecuperabile”, assolutamente irriguardoso delle persone afflitte dal sisma e delle loro catastrofi affettive, delle loro necessità vitali più urgen...ti e di difficoltà e rischi che assillano, che nella sua visuale non rientrano affatto, uno strillare, un gridare, uno strigliare, un intimidire , un mettere in riga, tutto un finto potere e darsi da fare, che ha tutto il clamore effervescente dello scoppio di una bolla d’aria, di ciò che per Montale fu il grande Big Bang, ossia lo Scoppio del ridicolo..
Per ritrovare il senso umano della realtà, invito i lettori della Gazzetta a leggere e rileggere, piuttosto, in data odierna, a pg 11 “ Quella casa ormai perduta”, tra le Testimonianze dei lettori, un documento di vera umanità di R, C. di Quistello, una vera scrittura, che rende effettivamente compartecipi della drammaticità così difficile a comprendere del nostro sisma fantasma nelle sue parvenze mediatiche

Cara amica ( Gabriella Parra) ti scrivo

Giovedì 14 giugno 2012
Cara Gabriella,
Se ti può confortare, nella tua esigenza sacrosanta che gli esami siamo sostenuti con serietà, sappi che a Mantova e provincia solo le scuole più disastrate ridurranno gli esami alle prove orali.
In alcune scuole- a Gonzaga- solo ieri gli alunni sono rientrati nelle loro aule per riprendere tutto ciò che vi avevano lasciato diradandosi in fuga il 29 maggio scorso, e molti studenti della provincia hanno dovuto studiare per gli esami con insegnanti di supporto, accampati nelle tende senza disporre dei libri e dei sussidi che hanno abbandonato nelle scuole al momento del sisma.
Solo tre Istituti superiori sono veramente disastrati, uno soltanto è irrecuperabile come sede scolastica –è una villa settecentesca il cui restauro comporta per la Provincia costi proibitivi ( 5 milioni di euro)- l’epicentro del sisma ha coinvolto soprattutto centri minori, per cui sono stati lesionate o sono andate di fatto perdute soprattutto le sedi scolastiche di scuole del grado inferiore. Purtroppo(Solo che) il nostro è un sisma fantasma per l ‘opinione pubblica mediatica, ed occorre patire i soccorsi e farsi inserire in ogni forma di aiuto
A mia volta rientrerò nel mondo dell’insegnamento il 14 luglio, a Khajuraho, nel Madhya Pradesh, quando dovrò rispondere alla convocazione di una scuola media inferiore per iniziare a insegnarvi italiano. Qui in Italia, invece, il mio iper-attivismo mediatico resta originato anche dal senso di colpa per essere un salvato rispetto a chi è rimasto sommerso nell’insegnamento per ancora tanti anni a venire.

mercoledì 13 giugno 2012

Vincenzo I Il fasto del potere Una mostra che al Museo diocesano non s'aveva da fare




Domenica scorsa presso il museo diocesano di Mantova si è felicemente chiusa la mostra su Vincenzo I, Il fasto al potere, “ felicemente” è davvero il caso di dire, come quando si pone fine a uno scandalo. Che di scandalo cristianamente si tratta, quando un museo diocesano rende l’omaggio di una mostra a un personaggio storico siffatto, celebrandolo come “ splendidissimo duca”, “ ammantato di sacralità”, in tutto “ il fasto di un principe dispiegato nella magnificenza dell’oro”.Si sorvoli pure sulla sua leggerezza omicida che pose fine all’esistenza terrena di lord Crichton, come così suggestivamente fa il filmato della mostra, sulle “spavalde scorribande …della sua prorompente vitalità”, né sarò io a scagliare la prima pietra sui suoi eccessi sessuali, talmente il Serenissimo può risultare in virtù di essi ancora più simpatico ai chierici curiali, “ così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano”, ma ciò che non taccio è la grazia di cui sovrabbondano le sue vittime più strazianti, in virtù di quanto egli ha provvidenzialmente peccato, come si compiace di giustificarlo un curatore blasfemo della mostra
Mi riferisco innanzitutto a Jonadith Fraschetta, ebrea di 77 anni, che il giorno 22 aprile 1600- quando Vincenzo I era nella pienezza dei suoi poteri sovrani e delle sue facoltà mentali- sulla piazza del Duomo di Mantova, venne bruciata viva per essere stata “ Striga, over per avere magliato molte persone in vita sua et specialmente una monaca dell’ordine di S. Vincenzo in Mantova la quale di già era ebrea e poi fatta cristiana..”, come riferisce la cronaca manoscritta di certo G.B. Virgilio, fattore rurale dei Gonzaga.
“Al quale spettacolo- riporta Antonino Bortolotti, colui che ritrovò negli Archivi di mantova e nel 1891 presso la Tipografia delle Mantellate pubblicò la cronaca in “ Martiri del libero pensiero”,- furono presenti il Duca,”- ossia il nostro Vincenzo I, per l’appunto-, “e la Duchessa di Mantova, Margherita duchessa di Ferrara e Anna Caterina arciduchessa d’Austria, venuta da Inspruk, oltre una straordinaria folla di curiosi”. “La qual Jonadith ebrea- seguita la cronaca originaria- legata con molte funi in piedi ad una colonna di legno sopra una gran quantità di legne, alle quali dopo di esser stato dato fuogo da tre ebrei che la confortavano, duvi ( due) se ne fuggirono et il terzo qual era vecchio et tanto intento al suo ufficio fu quasi per restar con essa lei nelle fiamme…Nel qual mentre si bruciò le funi colle quali aveva legato le mani; et con la mano destra si faceva difesa dal fogo alla faccia soffiando anco colla bocca, ma poco gli valse perché incontinente se ne caddi nelle fiamme et così fini la sua vita”
A tale misfatto fece seguito una grida del 1603, con la quale Vincenzo I invitava ogni uomo alla denuncia di persone che “ con malìe, stregonerie, incanti …e in altro modo malvagio o arte diabolica” provocavano danni frequenti ed atroci, promettendo non solo che il nome dell’accusatore non sarebbe stato rivelato, ma che a chi avesse fornito delle prove, tali da garantire almeno la tortura dell’imputato, sarebbe stato concesso il riscatto dal bando capitale o da altre eventuali pene a cui fosse stato condannato, oppure che ci avrebbe guadagnato del denaro.
E’ una sovrabbondanza di grazia che può risultare finanche eccessiva pure per le anime più arrese al “serenissimo” duca, se si rammemorano anche i sette ebrei che l’anno prima , agli inizi d’agosto del 1602, colpevoli di null’altro che di essersi fatti beffe del fanatismo predicatorio antigiudaico del frate francescano Bartolomeo Cambi, ci rimisero la vita, per permissione del duca, perché furono” appiccati tutti ad un’alta forca coi piedi in suso, e con le berrette gialle… con questa inscrittione in lettere maiuscole. “ Per haver schernita in derisione della Religione Christiana la parola di Dio”.
E lo stesso Vincenzo non seppe poi far di meglio, nel riguardo degli ebrei, che differire di rinchiuderli nel ghetto fino al 1610.
Non mi si dica, a tal punto, che copre i suoi peccati la grandissima fede dell’uomo, giacché in catalogo è degradata a “manifestazione vistosa ma incoerente e superficiale”. Forse occorre davvero arrendersi a ciò che lasciavano balenare ori e splendori, e rifarsi alla “magnifica liberalità “ pari a quella “ di un re” che lo guidava, nella istituzione di ordini religiosi e per i reliquari e cripte di cui fu generoso con la nostra Chiesa, per spiegare il rendimento di grazie, e l’ indulgenza, pressocchè plenaria, concessa ad un duca siffatto da una mostra così empia.

Vincenzo I, il ne-fasto al potere

Seconda una certa dogmatica cattolica sono i peccati di omissione quelli più gravi, giacché ne consegue che a tacere di certi misfatti se ne legittimano altri, ancora peggiori Mi riferisco, quale mia colpa pregressa, prima di evitare di incorrere in una manchevolezza ulteriore che temo ancora più grave, alla mia omessa denuncia all’opinione pubblica locale della sciatteria con cui sono stati esposti, l’autunno scorso, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria le incisioni che Antonio Gajani desunse dagli affreschi di Nicolo dell’Abate che in un Camerino del palazzo di Scandiano illustravano l’Eneide, senza didascalie di sorta, nè avviso alcuno, ai visitatori, che i dipinti originali del Camerino, già nel Castello di Scandiano, erano ben visibili a Modena , nella Galleria Estense, eccettuati due, andati perduti per un incendio, di cui i disegni prevenienti permettevano di ricostruire le linee. Ciò che ora non intendo sottacere, perché non si abusi ulteriormente della presunta dabbenaggine, o inconsapevolezza, o lassitudine morale dei visitatori, è che nel’accedere in extremis per cause di forza maggiore alla mostra Vincenzo I 1562 1612 Il fasto del potere sono rimasto più che sconcertato dall’ambientazione in un Museo Diocesano di una mostra che concelebra l'empietà della religiosità devota di un personaggio storico siffatto, e sono rimasto esterefatto vuoi dall'ostentazione delle ragioni di tanta indulgenza nei suoi riguardi, vuoi dagli omissis sugli orrori più terribili che quel Serenissimo ha commesso, o che ha consentito che si commettessero.
Tutta la mostra è una illustrazione esplicita e senza remore , fin anche compiaciuta, di quanto largo sia o debba essere lo spirito di comprensione di Santa Romana Chiesa per un più che presunto omicida ed un donnaiolo fedifrago impenitente,-inqualificabile è in particolare il modo suggestivo in cui viene evocato il suo assassinio di lord Crichton-, in virtù, è lecito supporre, della sua munificenza religiosa così generosa nei riguardi della stessa Santa Romana Chiesa, il che dovrebbe pur sempre scandalizzare, anche se di questi tempi la cosa non può certo suscitare stupore, o scalpore, visto di che maniche abbondanti si sta mostrando la Santa Romana Chiesa con la condotta sessuale sregolata e con la blasfemia dei potenti che la privilegiano. Ora, per venire al dunque, è pur vero che la mostra non sottaceva il furore antislamico di Vincenzo I, che più per ambizioni di gloria, che per sincerità di fede, lo animò nelle sue imprese belligeranti contro i Turchi ottomani in Ungheria. Ciò che permane pur tuttavia inammissibile, è che in virtù della religiosità del duca sponsoriale della potenza mondana della Santa Romana Chiesa, destinataria per parte sua di istituzioni di ordini religiosi e di mirabili sacrari, nei riguardi speciali della presunta reliquia del Preziosissimo Sangue di Gesù, siano stati rimossi, omessi o sottaciuti non dei vizi privati, ma i crimini imperdonabili contro altre religioni, l’ebraismo per intenderci, insistentemente commessi dallo stesso Vincenzo, per suo cedimento assenziente ed ordine consapevole e diretto.
Secondo le ricerche già plurisecolari di Bertolott Antonino, condotte in Martiri del libero pensiero e vittime della Santa Inquisizione nei secoli 16, 17. e 18. - studi e ricerche negli Archivi di Roma e di Mantova / per A. Bertolotti Roma - Tip. delle Mantellate, 1891 Testo Monografico, a Vincenzo II non solo può essere attribuita una grida del 1603, con la quale questi invitava ogni uomo alla denuncia di persone che “ con malìe, stregonerie, incanti …e in altro modo malvagio o arte diabolica” provocavano danni frequenti ed atroci, promettendo - non solo-che il nome dell’accusatore non sarebbe stato rivelato, ma che a chi avesse fornito prove, tali da assicurare almeno la tortura dell’imputato, sarebbe stato concesso di riscattarsi dal bando capitale o da altre eventuali pene (a cui era stato condannato) oppure di guadagnarne del denaro.
Una cronaca manoscritta di certo G.B. Virgilio, fattore rurale dei Gonzaga,” la quale principia dal 1561 e finisce al 1603,- che il Bertolotti ebbe provvidamente a raccogliere-, registra che a di - ossia il giorno-22 aprile 1600- quando Vincenzo I era nella pienezza dei suoi poteri sovrani e delle sue facoltà mentali- sulla piazza del Duomo di Mantova, venne bruciata viva Jonadith Fraschetta, ebrea di 77 anni per essere stata “ Striga, over per avere magliato molte persone in vita sua et specialmente una monaca dell’ordine di S. Vincenzo in Mantova la quale di già era ebrea e poi fatta cristiana..
Al quale spettacolo furono presenti- loro bontà Serenissime- il Duca e la Duchessa di Mantova, ossia il nostro Vincenzo I, per l’appunto, Margherita duchessa di Ferrara e Anna Caterina arciduchessa d’Austria, venuta da Inspruk, oltre una straordinaria folla di curiosi.“ La qual Jonadith ebrea legata con molte funi in piedi ad una colonna di legno sopra una gran quantità di legne, alle quali dopo di esser stato dato fuogo da tre ebrei che la confortavano, duvi ( due) se ne fuggirono et il terzo qual era vecchio et tanto intento al suo uficio fu quasi per restar con essa lei nelle fiamme…Nel qual mentre si bruciò le funi colle quali aveva legato le mani; et con la mano destra si faceva difesa dal fogo alla faccia soffiando anco colla bocca, ma poco gli valse perché incontinente se ne caddi nelle fiamme et così fini la sua vita”E’ ben inteso che i tre ebrei erano stati costretti a prender parte al supplizio della loro correligionaria.
E non è tutto, purtroppo, a suffragio del mio dossier.
A conforto del mio assillo che a mia volta io non debba concorrere nel peccato di omissione, non dei più leggeri, dei misfatti di Vincenzo I che rendevano inammissibilie in sale curiali qualsiasi magnificazione espositiva della sua pietà devozionale, è il dato recentissimo che non più tardi del dicembre scorso una pagina culturale della Voce di Mantova era dedicata ad uno studio pregevole recente, per una singolare coincidenza sempre ad opera di un emerito Bertolotti, questa volta Bertolotti Maurizio di Mantova, noto a noi tutti, che verteva su un altro crimine orrendo consentito dal nostro Serenissimo duca, ed a lui addebitabile, un crimine che è desumibile direttamente dal titolo medesimo dello scritto in questione: Sette ebrei sulla forca. Dalla Trinità di Rubens (1605) alla Madonna della Vittoria ( 1495-96).
Anche da una lettura in sintesi dello stesso gran bel réportage di Paola Artoni, l’articolista, pur senza addentrarsi nel saggio si evince che Vincenzo I permise che i sette ebrei, colpevoli di null’altro che di essersi fatti beffe del fanatismo predicatorio antigiudaico del frate francescano Bartolomeo Cambi fossero” appiccati tutti ad un’alta forca coi piedi in suso, e con le berrette gialle… con questa inscrittione in lettere maiuscole. “ Per haver schernita in derisione della Religione Christiana la parola di Dio”.
E lo stesso non seppe poi far di meglio nel riguardo degli ebrei, che differire di rinchiuderli nel ghetto fino al 1610.
Nec plus ultra, sul ne-fasto al potere di Vincenzo I.
Non sarebbe dunque davvero il caso, in conclusione, che da parte delle autorità della Chiesa si lasciasse solo a Dio il perdono di chi a favore della sua potenza mondana ha commesso simili misfatti interreligiosi, e che in virtù di tali favori non si anticipasse in ambito storico- celebrativo la Sua indulgenza plenaria?

sabato 9 giugno 2012

La rivelazione sismica


A Te mi arrendo, o Dio

Allahu akbar, Dio è davvero il più grande. Ne ha sconvolte tra noi di cose il terremoto, nell’ordine materiale ed ideale, con un'ironia sferzante che credevamo riservata all'ironia della storia. On namah Sivaya. Ci si arrenda alla Sua volontà conseguente-
Chi difendeva il proprio campanile come proprio simbolo identitario, che avrebbe dovuto nei secoli dei secoli svettare in esclusiva tra le nostre campagne, e non tollerava che condividesse lo slancio di minareti o di pinnacoli di gurdwara sik, ora possiamo ritrovarlo in prima fila a chiederne l'abbattimento, per non condannare il proprio centro abitato a non risorgere mai più, sotto l’incombere della minaccia del suo crollo sismico sulle case sottostanti, mentre ne piange l'abbattimento la ragazza sik che vivendo in un casolare adiacente si è trasfusa nella nostra civiltà
Chi vedeva nel verde dei campi una natura amica (incontaminabile, o ancora incontaminata), da salvaguardare dal demone divoratore inghiottitutto del cemento, ora deve affidare innanzitutto al bruto cemento la sua difesa dalle insidie che la natura cela nel grembo, da che sotto il suo sguardo esse l’hanno percorsa così terrificante, risollevandola con i nostri municipi, mentre chi ancora ritrovava finora il bello solo nella sopravvivenza e nella reviviscenza dell’antico, a meno di non sembrare grottesco senza più indulgere in malinconie ossessive deve accogliere l’idea che il bello – come fu nel passato- sopraggiunga in nuove epifanie attraverso l’abbattimento forzoso delle vestigia periclitanti dei nostri edifici storici, per care che ne siano le memorie di cui sono gravide, pena il trasformare in monumenti inabitati intere comunità agricole. E con il destino dell’idea antiquaria di bello si fa improcrastinabile, in loco, la renovatio del destino medesimo dell’idea ecclesiastica di bene.
La chiesa che credeva di poter ritardare i rendiconti della propria dogmatica con la contemporaneità ora è qui costretta a schiudersi,prima che sia già tardi, alla fede di chi si rifiuta di leggere i disegni di un Dio sovrano onnipotente in quello che accade, deve negarsi la temerarietà di credersi il gregge salvaguardato da Dio come suo popolo eletto rispetto a chi Dio avrebbe castigato con la sua ira sismica, e se intende evitare il discredito integrale, non le resta che attendere secondo le circostanze a sacralizzare il secolare e secolarizzare il sacrocome del resto è suo compito da sempre, evitando di curarsi delle anime che stanno nelle chiese più di quelle rimaste impaurite nelle tende o che sono già al lavoro nei campi , più delle macerie delle propri luoghi di culto che di quelle di capannoni e fienili e case, e deve spezzare il pane e versare il vino sugli altari come sui tavoli domestici e di lavoro, pregare attraverso la preghiera come attraverso il dispendio di forza lavoro e di amore solidale.
Ma così, risulta evidente, non è stato consumato- ossia adempiuto- che ciò che era già ed ovunque è nelle cose. Che ciò cui è vano opporre resistenza.
Il terremoto manifestandosi ri-velazione

caro amico, ti scrivo, 4 giugno 2012

sabato 9 giugno 2012
caro amico, ti scrivo
Caro amico, ti scrivo 4 giugno 2012
"Da ieri sera qui non sono pervenute ulteriori grossi scosse fino ad adesso. Ma un certo traballio è continuo...Qui a Mantova riusciamo ancora a stare e a dormire in casa, pur se vestiti e " senza andar sotto" le coperte, con le ciabatte a portata di piede...E 'già una gran bella differenza rispetto a chi nelle nostre Basse si ritroverà a dormire in macchina anche stanotte. Di novità c'è che l'anno scolastico in città è stato dichiarato finito e che il mercato è stato spostato- Quanto alla pioggia è soprattutto un bene per l'agricoltura, credo. Occorre tener conto di tutto.
Ciao
Odorico

Pubblicato da odorico a 20