giovedì 19 gennaio 2012

il passo indietro di Dio

Signor Direttore,
Nel corso degli ultimi mesi e delle vicende della grande crisi che hanno sconvolto molti dei nostri destini, la mia esperienza più emozionante di lettore delle missive che s’inoltrano ai quotidiani di Mantova è stata senz’altro quella che mi ha coinvolto nelle vicissitudini recenti di Stefano Gavioli. Mentr’io uscivo drammaticamente dall’insegnamento e mi addentravo in tutte le incertezze angoscianti del pensionamento, incalzato dallo stroncamento delle mie aspettative che le manovre economiche incombenti potevano determinare, mediante le sue cronache sulle colonne della Voce di Mantova ho ritrovato Stefano Gavioli addentro al tunnel di una variante del mio destino ancora più sconvolgente, a cinquant’anni e in mobilità, ridotto a quelle privazioni di vita, il freddo, il buio, l’uso della bicicletta, il risparmio, “sempre e solo risparmiare”, che per me da decenni sono tuttavia forme abituali di rinuncia, o di distacco, che pratico ben volentieri per consentirmi di vivere le scelte di vita che sono la mia vocazione in questi “global times. In tale duplice fuoriuscita, ho rinvenuto anch’egli alle prese con ricordi di mortificazioni umilianti, che per Stefano Gavioli sono rimasti ancora in sospeso, mentre per me sono un intero stadio della mia esistenza che ho rimosso od estirpato. Ma era tale lo spirito intrepido con cui rievocava la sua controfigura al bel tepore sotto le coperte, quand’erano già le tre di notte senza che fosse ancora riuscito a trovare il sonno, mentre in realtà era intento a scrivere, benissimo, i referti del suo vissuto emozionale che voleva far credere al lettore che non riuscisse ad esprimere sbloccandosi, era tale lo slancio in avanti della sua fede nella realtà, che non mi ha sorpreso, all’inizio del nuovo anno, constatare che non solo era caduto in piedi, “ landed on his feet”, com’era accaduto anche a me, a onore del vero, ma che sulla Voce aveva già l’aire di dire la sua allo stesso “caro Dio”, intimandogli di fare un passo indietro, come secondo gli stereotipi in uso nei notiziari, le piazze richiedono agli stessi dittatori arabi che non lasciano il potere. Più secolarmente si è poi concesso di invitare i cari dinosauri dell’estrema sinistra a rimanersene rintanati, a non scendere in piazza per cavalcare la protesta di un mondo rispetto ai cui cambiamenti sono rimasti remoti anni luce.
Ma non è tanto sul fatto che possa avere gettato il ferro a fondo disimpegnandosi a sinistra, quanto sul passo indietro che richiede a Dio, che m’interessa dire a Stefano Gavioli che cosa ne penso.
Ora, se c’è un ampio orizzonte d’intesa nella teologia cristiana contemporanea, esso è dato dallo spazio di libertà che fin dalla fondazione del mondo Dio ha concesso all’uomo e all’operare autonomo degli eventi naturali, adempiendo appunto a quel passo indietro che Stefano Gavioli gli chiede così perentoriamente di fare, da quando il settimo giorno è entrato mitologicamente nel riposo sabbatico.
Asserisce ad esempio la grandissima Simone Weil: “Per Dio la Creazione non è consistita nell’estendersi, quanto piuttosto nel ritirarsi. Egli ha cessato di “ comandare dappertutto, là dove n’aveva il potere”… Questo movimento è l’amore ( Quaderni III 96). “Dio non è onnipotente in quanto creatore. La creazione è un’abdicazione. Piuttosto, Egli è l’onnipotente nel senso che la sua abdicazione è volontaria”( Quaderni III, 152).
Appunto perché Dio ha compiuto da sempre questo passo indietro rispetto agli eventi del mondo, con la nostra libertà sono dati tutto il male e le sventure in cui essa si adempie, secondo la prospettiva umana delle vicende cosmiche.
E’ in tal senso che l’uomo è ad immagine di Dio nella sua vocazione ad amare, ma nella sua realtà vivente per lo più è tutt’altro che buono e a Sua somiglianza. Tanto più se è un uomo particolarmente “religioso”, come quelli che misero a morte Gesù, - che tra l’altro, come Buddha non era affatto un religioso-, ancor più se è uno di quegli uomini di chiesa che come insegna la figura del grande inquisitore di Dostoevskij, Cristo tornano sistematicamente a metterlo a morte se lo rincontrano. “La Chiesa, non il mondo, la Chiesa – ha crocefisso Cristo”, ha ricordato il teologo protestante Karl Barth alla coscienza cristiana del Novecento.
Se c’ è dunque alcunché di Dio che Stefano Gavioli non ha motivo alcuno di temere e di avversare, è che Dio voglia a lui imporsi con le buone o con le cattive.
Dio non lo solleverà, ed esimerà mai, dall’onere e dal privilegio di un percorso di fede “ personale e intimo”. I dubbi di Stefano Gavioli sono per Dio sacrosanti. se significano ascolto e apertura.
Per Dio, pertanto, sempre secondo le parole di Simone Weil, e proprio come la pensa Stefano Gavioli, davvero è meglio essere atei che avere una fede consolatoria, poiché “ la religione in quanto fonte di consolazione è un ostacolo alla vera fede. In questo senso, l’ateismo è una vera purificazione. Devo essere atea con la parte di me stessa che non è adeguata a Dio”( Quaderni II, 337) ( traggo le citazioni di Simone Weil dal bellissimo “Simone Weil 15 meditazioni, Gribaudi”, edito di recente).
E per quanto ne so, da peccatore in cui Dio confida, anche se nella mia indecenza mi è davvero arduo comprendere come Dio per me, come per ognuno di noi, possa essere addirittura folle d’amore, la fede più che su prove, od argomenti, si fonda sulle trasformazioni che in noi opera l’aver avuto ed il seguitare ad aver fede, soprattutto quando la sventura si fa provvida, perché l’azione di grazia, in virtù della potatura che subiamo dalla natura chirurgica del bene, ci rende capaci di fare ciò che altrimenti non saremmo mai riusciti a compiere. “ Nel caso del male causato dall’uomo, sarà un bene che non sarebbe mai potuto emergere senza il male che mai sarebbe dovuto succedere ( Paul Knitter, Senza Buddha non potrei essere cristiano, pg. 69). E anche la messa in mobilità può allora diventare un male propizio. O quanto ancora peggiore e ben più tremendo può capitarci.

lunedì 16 gennaio 2012

il museo d'arte moderna e contemporanea nell'ex caserma

Bentornato il Mac in campo, per riproporre tramite il suo presidente, Eristeo Banali, che l’ex caserma di Largo XXIV Maggio diventi la sede del coronamento del sogno, oramai pluridecennale, del Museo di arte contemporanea di Mantova.
C’è da sperare che i tempi siano finalmente maturi, - alla ricomparsa sulla Gazzetta di Mantova dell’8 gennaio, appena trascorso, della medesima titolazione in cui già in data 29 novembre 2009 si auspicava “il Museo nell'ex caserma”, ma che in un balletto di titoli il 28 novembre 2011 aveva ceduto il passo alla formulazione della proposta alternativa che si insediasse “ il tribunale nell’ex Caserma”, avanzata da Sergio Cordibella quale presidente di Italia nostra.
Ciò che lascia supporre che questa volta non si stia assistendo all’ennesimo vano sforzo dei Troiani, è che Eristeo Banali a tutela della destinazione museale del monumento, e a sua salvaguardia da ogni inappropriata manomissione speculativa e dal degrado fin anche igienico-sanitario che ne è in corso, può accampare i vincoli ad un uso esclusivamente culturale dell’ex convento cinquecentesco, che a suo tempo furono posti dall’ex direttore per i Beni Architettonici e paesaggistici della Lombardia, Carla di Francesco.
Ancor più, alla petizione on line ora corrisponde il coinvolgimento di tutto l’insieme di forze, Comune, Provincia, Università, Regione, Ministeri, Comunità Europea, oltre ai privati cointeressati, il cui concorso è indispensabile perché l’ obiettivo sia conseguito.
Il recupero a Museo dell’edificio demaniale dimesso dell’ex convento-caserma Curtatone e Montanara, un intervento che può diventare un riferimento esemplare nell’architettura e nell’urbanistica contemporanea, renderebbe possibile portare a compimento la sublimazione mirabile del sito di Palazzo Te e dei monumenti del complesso di San Sebastiano, inclusa la casa del Mantegna, in un polo museale eccezionale della nostra città, integrativo e complementare di quello del Palazzo Ducale.
Il progetto del Mac, incentrato sull’insediamento di un Museo dell’arte contemporanea nell’ex caserma dei Canonici Lateranensi di San Sebastiano, in realtà si proietta oltre tale intento pur eccezionale, se si considerano le destinazioni ulteriori dell’edificio monumentale che Eristeo Banali prospetta nella sua intervista, a integrazione delle raccolte civiche del Museo di San Sebastiano che lo fronteggia. In tal senso, l’attuazione di tale disegno corrisponde talmente alla vocazione della nostra città, che può rientrare felicemente nell’alveo di quanto ha prefigurato a suo tempo lo stesso Salvatore Settis, nel suo “ Progetto per Mantova”, laddove nel complesso di San Sebastiano ha preventivato la formazione del polo civico del sistema integrato di un unico Museo della Città, un “ multi purpose complex” in cui potrebbero confluire le raccolte civiche non esposte al pubblico, o la cui sistemazione attuale non ne sia attrattiva. Ad esempio, tra quelle indicate o suggerite da Salvatore Settis, potrebbero figurarvi le collezioni permanenti ora sistemate nel Palazzo Te, – innanzitutto, a mio avviso, la Sezione gonzaghesca e la Collezione Mondadori,- oltre a quelle del Museo del Risorgimento e della Resistenza non più accessibili..
“ Si avrebbe in tal modo, ebbe a scrivere Settis, un solo Museo della Città, che partendo dalla sua storia comunale giunga al presente attraverso il Risorgimento e la Resistenza; mentre la Donazione Mondadori, coi suoi quadri di Zandomeneghi e Spadini, potrebbe formare il primo nucleo di una collezione d’arte dall’Ottocento al presente, in crescita in caso di nuove acquisizioni o donazioni”.
A novembre, a sostegno dell’ idea avanzata di nuovo, da Stefano Scansani, che la Casa del Mantegna sia destinata alla mostra virtuale permanente dell’opera omnia del suo artefice, un’idea eccellente che tuttora condivido pienamente e qui rilancio, ebbi così a scrivere: “Si potrebbe estendere tale ideazione – oltre che alla Celeste galleria ducale virtualizzata-, anche al San Sebastiano per l’opera e la fortuna dell’Alberti, mediante un impianto scenico di proiezioni e prospezioni in cui siano coinvolti i modellini lignei che vi sono la giacenza della fortunata mostra “Leon Battista Alberti e l’architettura”. La fantasmagoria rigorosa dell’allestimento potrebbe assicurare il buon esito dell’ordinaria apertura al pubblico del tempio. Lo stesso discorso potrebbe valere anche per il Museo della Città di Mantova, la cui sublime raffinatezza espositiva è incontestabile, ma a mio avviso non è ciò che vorrebbero ritrovarvi i suoi visitatori potenziali, che in un museo della Città -o in una sistemazione attigua, complementare a quella sussistente- forse amerebbero prima di tutto vedere esibite le mappe e le carte del passato di Mantova e provincia, e rinvenire le ricostruzioni virtuali e le immagini d’epoca, o artistiche, dei mutamenti del volto architettonico e urbanistico della nostra città, quanto del paesaggio dei territori con cui essa è stata in relazione, non che raffigurazioni delle varie arti e mestieri e delle mode e degli stili di vita che vi si sono succeduti, dalle più remote origini sino a tutto il Novecento, un lavoro di equipe che può essere svolto in collaborazione con le più varie istituzioni culturali e scolastiche di città e provincia.”
Ho così prefigurato un ampliamento ulteriore della offerta espositiva del Museo della città di Mantova , che tuttora reputo pienamente valido , e che può trovare spazio, appunto, nell’ex convento e caserma di San Sebastiano, insieme a mostre temporanee, centri di documentazione, ambienti di accoglienza e di ristoro, cantieri e laboratori di ricerca e di progettazione, imperniati sulle criticità e sul futuro della città e dei suoi territori- , che ne avvalorerebbero innanzitutto economicamente il riuso come sistema museale integrato, nella misura in cui le risorse disponibili lo consentano progressivamente.

venerdì 9 dicembre 2011

un appunto non scritto, a suo tempo, a Giorgio Bernardi Perini

Mi rincresce che l’emerito latinista Giorgio Bernardi Perini, tenendo la sua ammirevole difesa della universalità di Virgilio e di Teofilo Folengo, nella sua prima parte apparsa su la Voce di Mantova di domenica 23 ottobre 2011, sia incorso nella opposizione tra ciò che è universale e ciò che è dialettale quali due polarità antitetiche, quando asserisce “ Non immiseriamo Folengo! Retrocederlo a Merlin Cocai, a poeta dialettale, è uno sgorbio culturale”. Quasi che il dialetto non potesse essere una lingua d’arte universale, e la nobilitazione del maccheronico fosse uno svilimento del latino, e non già, casomai, di sue ricorrenze auliche paludate di falso. decoro
Scrivere in latino maccheronico a regola d’arte e pensare in dialetto mantovano non si escludono a vicenda, e supporlo significa disconoscere forse la peculiarità più esemplare della cortese gente mantovana, che è appunto, il senso della concretezza particolare, imperfettamente limitata, di ogni universalità generale, mediterraneo figurativa o nordico- speculativa, ne la declinazione umbratile e acquatica della variante lombarda e padana dell’arte e della cultura italiana, in cui ha intrigato gli stessi i geni forestieri accorsi alle sue corti, secondo la lezione interpretativa magistrale di Roberto Longhi, che matura nella sensibilità della densità terrestre di ogni destino, nell’avvertenza disincantata e scettica dei fasti e dei trionfi di ogni signore del mondo, e che trova espressione umorale nelle nostalgiche reminiscenze brumose e lacustri dello stesso Virgilio,* .
La polarizzazione disgiuntiva di dialettale e universale, è infine un’opposizione esclusiva che resta subalterna della mantoanità più deteriore e retriva, quella leghistica che commuta lo spaesamento del sublime virgiliano in tradimento delle proprie radici, anziche intenderlo come una loro trasmigrazione più alta, il comico folenghiano nella buffoneria stravagante e quant’altro, il che suscita la ripulsa condivisibilissima del Bernardi Perini, ma che disconosce che il dialettale non è la veste da camera che può rivestire solo tali spoglie mentali, che immeschiniscono la concretezza particolare in chiuso particolarismo localistico

mercoledì 16 novembre 2011

Sulla Casa del Mantegna 2

Alla lettura dell’ intervento conciliatore di Roberto Pedrazzoli, ex assessore alla cultura della Provincia, apparso sulla Gazzetta di Venerdì 4 novembre, m’ero venuto oramai rassegnando alle difficoltà che si frappongono a che la Casa del Mantegna divenga la mostra virtuale delle opere del suo artefice, secondo la proposta che già era sta avanzata da Stefano Scansani. Come potevo non piegarmi alla dolente rinuncia, di fronte al susseguirsi delle scansioni inesorabili del discorso fermo e conciso dell’ex assessore, tutt’altro che autoesponenziale, tutt’altro che infarcito dei tecnicismi che negli interventi sul pgt di Mantova, lasciano solo intendere la disperazione dei migliori intenti degli intervenuti
Come sarebbe possibile venir meno alla consacrazione della Casa del Mantegna a presidio dell’arte moderna e contemporanea, dopo le tante grandi mostre ospitatevi dell’arte dei nostri tempi e di antiche cose, che hanno fatto grande la cultura e l’immagine di Mantova? Quando si è in assenza d’ambienti alternativi alla gloriosa casa nelle sue vetuste mura, cui destinare irrinunciabilmente l’arte moderna e contemporanea? E’altrimenti mpossibile, lamenta Roberto Pedrazzoli, sopportarne la perdita serenamente. L’idea di Scansani, se ad essa occorre immolare l’unico spazio d’avanguardia consolidatosi e che sia sussistente in Mantova, svanisce in una chimera dai connotati che sono quantomai repulsivi, di un miraggio antagonistico antiquariale.
Qui taccio il dubbio insortomi, che l’ammanto del prestigio monumentale della Casa del Mantegna, l’arroccarvisi a presidio inespugnabile, ritardi la presa d’atto che l’arte moderna e contemporanea, la ricerca in corso tanto più dopo gli insediamenti universitari in mantova, reclamano molto di più che solo tale baluardo, quanto da avamposto dell’avanguardia, esso possa esserne oramai diventata la estrema ridotta.
Ed ora vengo al dunque di fondo: era poi così vero il presupposto di tutto quanto l’ impianto del discorso dell’ex assessore? Che non si profilino in Mantova altre sedi espositive per l’arte moderna e contemporanea, che siano immaginabili e possibili solo in tempi ben di là da venire, quando delle province si sarà perduto anche il ricordo, a meno delle invasioni, e sottrazioni di campo, di conflitti di potere e di attribuzioni neanche pensabili? A dire il vero, fin dall’inizio del caso avevo in mente, in tutto il suo fascino, una destinazione alternativa in Mantova dell’arte moderna e contemporanea, che la porrebbe in ancor più splendido contrasto con gli evi remoti in cui sarebbe stata collocata, precipitandola giù, giù nella notte dei tempi, fino alla antiche origini della città, ma non avevo osato formularla pubblicamente, tant’era splendida quant’è fattibile. Sin che a darmi il coraggio di avanzarla, risalendo nel tempo non più tardi che a qualche mese fa, è stato un articolo della Gazzetta che ho ritrovato di sera in internet, datato il 16 giugno 2011, in cui l'architetto Massimo Ghisi, che io non ho il piacere di conoscere , al Comune, o alla stessa Provincia, qualora il sindaco Sodano restasse sordo al suo appello accorato, ch'è rimasto finora inascoltato, offre un sito espositivo mirabile, con incorporate le antiche mura romane che affrontarono l’urto longobardico, finanche le stalle rinascimentali di Ferrante Gonzaga: nella sua vastità enorme niente di meno che gli ex- Magazzini. del sale.
”Appena sarà pronto - spiega Massimo Ghisi, nell’articolo - lo presenterò al sindaco Sodano e a tutte le autorità pubbliche interessate. Il mio sogno è di fare di questo complesso una galleria di arte contemporanea». Il famoso progetto Mac, ma non si può immaginare che faccia tutto un privato. «Naturalmente, bisognerà appunto sentire il Comune, la Provincia e le altre istituzioni. Con Mantovacreativa c’è stata un’anticipazione, ma il vero passaggio è portare il progetto al sindaco”
Che ne dice la signora Zaltieri, di muoversi per prima?

In sintesi, sistemati i pezzi, è questa la mia proposta, a ruota di quella di Scansani: in virtù delle sinergie di Comune e Provincia, nella Casa del Mantegna e nel San Sebastiano, riaperto al pubblico, allestire i musei virtuali dell’opera omnia del Mantegna e dell’Alberti, mentre il museo della città di Mantova potrebbe essere ampliato a esposizione di mappe e di carte, e di immagini d’epoca, che rievochino i mutamenti del volto nel tempo di monumenti e vie e quartieri, non che di arti e mestieri, della nostra città e del suo territorio, recupeerando per il suo ampliamento l'ex convento di fronte di San Sebastiano, che potrebbe albergare tutte i musei civici dispersi in varie raccolte, secondo la proposta già avanzata da Salvatore Settis alle autorità virgiliane, la Celeste Galleria ritornerebbe virtualizzata nel Palazzo , mentre grazie alle sinergie di pubblico e privato, l’ex Magazzino del sale potrebbe diventare la nuova sede di mostra del'arte moderna e contemporanea, dislocandovi le esposizioni temporanee, cantieri e laboratori porogettuali, laddove la mostra permanente dell'arte mantovana di Ottocento e Novecento potrebbe nell' ex convento di San Sebastiano trovare una sistemazione complementare, attivando, in tutto questo, le scuole e istituzioni e fondazioni cittadine, l’università innanzitutto, i nostri bravi studiosi e ricercatori locali.

zero culturale

Rileggendo la lettera durissima di L. F, apparsa sulla Gazzetta di Mantova domenica scorsa, il 13 novembre, a distanza di giorni sono rimasto basito dalla concatenazione di interrogativi che mi ha suscitato.
Come può un'amministrazione, con il suo solo silenzio, convalidare la giustezza di un attacco che è una condanna inappellabile della sua politica culturale, dare la conferma più evidente che l'attaccio ha colpito nel segno, di quanto fosse ben diretto lo strale dello sdegno sferzante che ne anima la sacrosanta denuncia.
Sa il nostro sindaco che cosa sia “ cultura”, vi si chiede, se consente che il Palazzo della Ragione sia destinato a dei festini di partito e a che i galleristi vi procaccino i loro affari, che vi sia allestito “ Fiera Mantova Sposi”?
Quali iniziative culturali possono mai concepire, vi si chiede in conclusione, degli amministratori che non tengono in alcun conto la cultura, forse perché per loro “ con la cultura non si mangia”, secondo il detto esecrabile dell'ex ministro Tremonti, in cui ha volgarizzato il " carmina non dant panem"
Ma consequenzialmente mi sono chiesto, con pari sconcerto, se tale denuncia del disdegno in cui il nostro Comune tiene la cultura, non sia la fonte d'ispirazione che può conferire l' unica plausibilità immaginabile della bella trovata con cui si è concluso l’incontro a cronache unificate con la Consulta scolastica dell’assessore alla cultura della provincia, Signora Zaltieri, che l'ha congedata con il lancio di un “cultur day”. E perché non un Reality Day, per essere ancor più generici e vaghi di specifici intenti?
Altre ragioni accettabili non vedo, che possano giustificare una proposta di una indeterminatezza così desolante, un vaso di Pandora che può riempirsi di tutto, dell'indagine dell'infiltrazione mafiosa nel tessuto locale, della denuncia della crudeltà verso gli animali di certa cortese gente mantovana, della performance emozionante di chi è disabile non che della concordia della condivione interculturale,quanto dello sgorbio primordiale o dell’ enfasi teatralizzata di qualsiasi banalità comunicativa adolescenziale?
Come dire, in definitiva, che la vuotaggine della cultura in Provincia trarrebbe così ispirazione dalla nullità culturale del Comune.

Quanto al gallerismo privato, per non essere connivente con l'inerzia di chi lascia le cose che non vanno come stanno, non posso tacere che è stato finora inutilmente contattato a Modena il sovrintendente interregionale, Stefano Casciu, e che inutilmente egli finora si è espresso in merito, perché si ovviasse all’inconveniente che chi ha allestito la mostra dei disegni tratti dal ciclo sull'Eneide di Niccolo dell'Abate, non si è minimamente curato, oltre che del catalogo, di indicare al visitatore che i meravigliosi affreschi originari sono godibilissimi a non più di un'ora d'auto nella Galleria Estense di Modena, eccettuati tre di essi, finiti bruciati, di cui i disegni in Mantova, antecedenti la combustione, conservano ancora i bei lineamenti altrimenti perduti.

sabato 12 novembre 2011

Di nuovo sulla Casa del Mantegna come sua mostra virtuale

Dopo l'intervento di Roberto Pedrazzoli, ex assessore alla cultura della Provincia di Mantova, " Io difendo l'arte moderna nella Casa del Mantegna", già mi ero ancor più persuaso, a dispetto dei suoi argomenti, che Stefano Scansani disponga di molte più ragioni da vendere di quante non ne abbia già espresse - nel caldeggiare appassionatamente che la Casa del Mantegna ne divenga la mostra virtuale delle opere eccelse. Il nobile canto del cigno che nel vibrato " io difendo" l'ex-assessore ha intonato, nostalgico di un'epoca culturale oramai trapassata, mi aveva disvelato che il prestigio monumentale della Casa serve più che altro a mascherare che da avamposto di avanguardia dell’arte moderna e contemporanea, qual era ai tempi ruggenti di Bertoli e Baratta,- per me di che cara e grata memoria-, ne è diventata da tempo una scricchiolante ridotta, dai limitati raccordi, quando non è avulsa, con i mutamenti intervenuti frattanto nel contesto culturale mantovano,-tra l'altro, piaccia o dispiaccia, sempre più interculturale ed interreligioso-. Mi riferisco all' istituzione dell'università di Mantova, innanzitutto, in relazione con le cui facoltà di architettura  e di ingegneria è gioco forza che il contesto propositivo ed espositivo delle arti sia polarizzato e rivitalizzato, assai di più di quanto Pedrazzoli ha rammemorato che si è pur verificato, dato il rapporto ch'è fondamentale, nella civiltà italiana, tra le arti varie e le configurazioni architettoniche ed urbanistiche della città e del paesaggio territoriale.
Ad un certo punto mi è parso che Pedrazzoli voglia addirittura indurre lo Scansani a convenire, e ad assecondare, quanto poco si sia speso in effetti per onorare il nostro Novecento artistico, che Scansani, come tutto ciò che non sia antiquario, avrebbe a disdegno e in gran dispitto. " Per l'Arte ccontemporanea, Scansani si rassicuri, la Provincia non si è mai svenata". Fosse vero ciò che insinuo, si tratterebbe di una vera e propria chiamata in correità culturale, se a quanto credo, come semplice amatore curioso, il Novecento è il più alto secolo in Mantova di pittori e scultori locali,- con il Settecento, e forse ancora di più,- talmente già sotto i Gonzaga il genio esterno- e allora lo era per davvero- aveva compresso e depresso quello nostrano.
Ma poi è intervenuta l'assessore Zaltieri a fantasmagorizzare tutto, e secondando d'incanto le sue proposte, mi è parso già di vederla, la Casa del Mantegna, dilatarsi a dismisura in tutta la sua evocata vastità di arca arcana di mirabilia, farsi fucina e laboratorio e bottega di ogni arte e mestiere, campo di scorrimento e di sosta, indisturbata, del trasumanar ed organizzar di allestimenti e cantieri scolastici, prima che scatti il lasciapassare a fasi alterne, e come il Po, il Secchia, il Mincio, il Mella, il Chiese e l'Oglio nella Sala dei Fiumi, vi concorrano in concomitanza i territori, con le loro narrazioni e relazioni, e vi aprano percorsi e vi instaurino dialoghi artisti mantovani d'ogni età e ispirazione, l'alto Virgilio con il faceto Fredon.
O forse io non sono riuscito ad immaginarmi come tutto questo sia possibile allo stesso tempo nella stessa sede, senza che alcun trepestio e vocio e calpestio o sgomitio sia d'intralcio alle imprese, o che queste patiscano ristrettezze o ingombro alcuno di camini od arredi, nel più bell'agio consentito dai suoi ambienti angolosi. Forse, piuttosto, permane un eccesso di costipazione risicata in tutto questo, la costipazione che allo stesso tempo è addensamento- fabulatorio- di troppo nello stretto, e stipsi stitica di stanziamenti di fatto, ah, questo, il vero in effetti, del volersi intestare così tanto, nel fare rientrare tanta dovizie- fittizia- di proposte nella sola sia pur eccelsa Casa del Mantegna, per piccina ed eccelsa ch'ella sia. Un poco come tutti in un punto prima del big bang. Senza che sorga un solo dubbio, cautelativo, che si sottoponga l'intero impianto mantegnesco ad una sollecitazione ch'è a rischio di un suo crollo.
Scusi, cara Zaltieri, fuor di facezie, ma qualcuno si è stancato, da tempo, di tutte le volte che la cara Sinistra è passata dalla fantasia alle fantaparole al potere.
Della sua custodia cautelare emarginante.
Le sue sono proposizioni che fabulano tanto di eventi effimeri, e non hanno la realisticità di salvaguardare o di attuare ciò che sia permanente, innanzitutto recuperando, tutelando,riordinando, catalogando, consolidando, reinterpretando e “riqualificando” per avvalorare di nuovo.
Il che non è il massimo del dispendio, anzi, lo previene, in corrispondenza d' amorosi sensi con chi intenda localizzare in Mantova dei distretti tecnologici che perseguano- in sintonia con nuovi stili di vita...- il massimo risparmio energetico ed il minimo impatto ambientale.
Mi creda, lei è così venuta intessendo delle cantafole che possono indurre al malanimo di non dispiacersi più di tanto di non trovare interlocutori in Provincia, a non disperare ad oltranza dell’agonia espositiva della Casa di Mantegna, giacchè si può confidare pur sempre che incomba, ineludibile, l'abolizione della nostra come di ogni altra Provincia, per lo sgombero del suo Palazzo a magnifica sede sostitutiva di mostre e convegni.
Mi ascolti, a patrocinio accorato di una esausta Signora, quando le faccio presente che forse, intanto, la Casa del Mantegna auspica un meritato e tranquillo ed ozioso riposo, la quieta frequentazione che fa così belle le Città del silenzio, e che ai secoli dei secoli ella non chiede più altro che di essere visitata da chi solo ami, e non si attenda di meglio nelle sue segrete stanze, che vedervi evocate le opere del suo artefice massimo.


P. S
Il lettore intanto non perda l’occasione di vedere, nella Casa del Mantegna, la mostra Opere dalla Collezione d'arte moderna e contemporanea della Provincia di Mantova, può bastare un solo Polpatelli, o al più alcuni perfetti Cavicchini o le sublimi tele di Faciotto, a giustificarlne la visita, tanto più che potrà godere il piacere eletto di visitarvi le opere esposte in assoluta solitudine, un piacere pari solo a quello di visitare le chiese e di pregarvi e di meditarvi del tutto solinghi i giorni feriali, quando è garantito che non vi sia il fittume devozionale materialistico, oltre alla sincera fede, che può evocare in certe anime pie soltanto qualche discesa episcopale, tale piacere solitario l’ho sperimentato nella casa del Mantegna una, due, tre, quattro cinque volte senza eccezione, chissà, forse perché vi sono capitato od ho evitato di andarvi quando non vi era in visita qualche assessore, con il suo seguito annuente, a riconferma che meglio che lì quelle opere contemporanee moderne non possono essere esposte per essere viste dai pochissimi.

Lot e le sue figlie

Sulla Voce di Mantova di giovedì 10 novembre 2011, figura una libera trasposizione, di cui è autore il signor Gianfranco Mortoni, dei passi della Genesi che riferiscono quel che di certamente improponibile intercorse tra Lot e le sue figlie, un duplice incesto il cui reportage giustifica per il Mortoni una liquidazione senza appello della stessa Bibbia. “Te la do io la Bibbia”, egli conclude, usando parole in cui uno può udire l’eco oscura dell’interdizione ai fedeli del suo libero esame da parte dello stesso Magistero Pontificio, almeno dal 1471 fino alla “Dei Verbum” del 18 novembre 1965. Sono davvero desolato che la lettura della Bibbia abbia schifato o adontato così tanto il signor Mortoni, sviandolo a tal punto che ha rovesciato del tutto il procedere delle vicissitudini familiari che sono raccontate nei passi incriminati. Se uno non si fa oscurare la mente dai riflessi patriarcali che seguitano a condizionarci, secondo i quali l’iniziativa sessuale ha da essere del maschio, nei passi in questione non si legge, come Mortoni traspone, che sia stato Lot ad avvinazzarsi per abusare senza freni inibitori delle figlie, ma che al contrario, sono state le figlie ad ubriacare il padre per copulare con lui, e non certo perché lo vagheggiassero, ma perché in assenza di altri uomini non potevano altrimenti superare l’impasse di restare senza discendenza. E’ pur sempre un misfatto, senza se e senza ma, d’accordissimo, ma per biblisti reverendissimi, e antropologi e mitologi, ad un certo livello di lettura esso si rivela una faccenda del tutto illuminante, che non li riguarda più come sconcia indecenza. Si figuri, il caro signor Mortoni, che negli antichi testi vedici dell’induismo è Dio stesso, Prajapati, padre della creazione, che copula con la propria figlia, Usas, l’aurora, il cielo, e non una, ma più e più volte, secondo i Purana, o all’infinito, per tutte le coppie dell’universo che Prajapati ingenera sdoppiandosi in una controparte femminile, e la ragguaglio che è altrimenti incestuosa anche la coppia primordiale di Yama e Yami, fratello e sorella, di cui per giunta esiste la versione giapponese di Izanaki e Izanami.( vedi Raimon Panikkar, Il mito di Prajapati, La colpa originante ovvero l’immolazione creatrice, in Mito, ermeneutica e fede, pagine 91-95 in particolare). Non seguito oltre, con quanto accadde in tali contesti tra Manu e sua figlia, per non offendere il senso laico del pudore del signor Mortoni e di altri lettori. Me ne dispiace, in fede mia, peccato, davvero, perché si tratta di mitologia, non di storia, ed a seguirne il filo, quanto più il racconto sembra inammissibile, una nefandezza illogica assoluta, tanto più esso ci rivela la realtà prima ed ultima di tutte le cose. E ci disvela in tal caso, -secondo il biblista André Wénin, ad esempio – che quelle figlie e quel genitore dai precedenti non meno inquietanti- il padre le aveva già offerte agli abitanti di Sodoma perché non abusassero più di lui che dei due angeli, suoi ospiti maschi-, loro malgrado stanno subendo il limite che è la stessa mancanza che forse si rileva nel nostro interlocutore: ossia l’assenza di alterità ( di alterità culturale, sia ben inteso, nel nostro interlocutore. Che è indispensabile, egli mi creda, a fedeli ed infedeli, per perseguire lo scopo comune fondamentale di umanizzare gli uomini.).